martedì 26 gennaio 2016

Family day? Uno sberleffo è sufficiente




Il motivo per cui si sente tanto parlare di gay e di family day, questioni che hanno un impatto pressoché nullo sulla collettività, e così poco del quantitative easing o del TTIP, che invece cambiano le nostre vite, è la facilità di comprensione. Comunicare che due tizi si mettono a vivere insieme e fanno le cose zozze (scandaloooo) oppure vogliono prendere un mutuo insieme è facile. Dire che i bambini devono avere un papà e una mamma (padre e madre suona meno tenero; "papà" e "mamma" invece sono parole che ci ricordano l'amore coccoloso di cui la Bibbia è intrisa... o no?) è facile. Sono concetti che tutti capiscono senza dover approfondire: papà, mamma, famiglia, convivenza. Categorie basilari su cui chiunque può esprimere rabbiosamente la propria ortodossia.

Io penso che le categorie semplici (ma prive di impatti per la maggioranza dei cittadini) vengano date in pasto all'opinione pubblica per distoglierla dai provvedimenti più importanti, e per questo celati da una coltre di disinformazione o di silenzio. Il nostro conto in banca, il futuro dei figli, il funzionamento degli ospedali e delle scuole, la costruzione della prossima linea metropolitana non si muoveranno di un millimetro in seguito all'approvazione - o meno - di matrimoni, convivenze o adozioni tra gay e lesbiche. Lo faranno invece a causa di decisioni che riguardano l'uso del denaro. La legge di stabilità, il pareggio di bilancio, il mito della bassa inflazione, l'unità monetaria, la normativa del lavoro fissano il perimetro delle nostre esistenze eppure ne sentiamo parlare in radio, ne leggiamo sui forum o sui social in misura assai minore. So che approfondire questi temi può essere meno divertente che baloccarsi a discettare di sederi e di amori, di lenzuola di corna di matrimoni e di adozioni. Ma si dà il caso che questo disinteresse, ampiamente cercato da chi sposta gli equilibri del consenso e del dissenso, questo mancato disturbo ai manovratori faciliti l’impoverimento della maggioranza di noi a vantaggio di un’esigua minoranza (trend in aumento, come pochi sanno: http://www.oxfamitalia.org/oxfam-news/la-grande-disuguaglianza). Assistiamo con amarezza al paradosso che proprio le fasce sociali che avrebbero più interesse a spostare il discorso dalle unioni civili ai provvedimenti fiscali ed economici siano quelle che più si appassionano all’ultima invettiva oscurantista di Bagnasco.
Personalmente liquido le farneticazioni sulla famiglia biologica con una bella pernacchia e passo avanti. Gli argomenti a cui voglio dare il mio tempo, la mia passione, il mio impegno sono altri e non perché mi facciano difetto l’idealismo, l’etica e il senso della giustizia sociale ma perché siamo arrivati ad un punto in cui o spegni l’incendio o muori. Se le fiamme divampassero in casa vostra non stareste a trastullarvi su quale libro mettere nel primo scaffale della libreria o su dove sistemare il televisore; prendereste un secchio, un tubo, un estintore e cerchereste di domare il fronte del fuoco costi quel che costi. Poco importerebbe che ad aiutarvi fosse Vladimir Luxuria, Matteo Salvini o Angelo Bagnasco. Ecco, vedete. La nostra casa prende fuoco. Piantiamola di distrarci e cominciamo a guardare in faccia le cause dell’incendio. Prima le fiamme, poi si parla: per promuovere i diritti devo prima promuovere la sussistenza. Per estendere le garanzie devo prima estendere la partecipazione sociale. Che se ne fanno due gay del riconoscimento della loro coppia se poi, all’atto pratico, non riescono a metterci un tetto sopra a quella coppia? E, viceversa, quanto può essere decisivo per una coppia di fatto realizzata, socialmente attiva e gratificata, che la loro unione abbia o meno il bollino dell’Autorità? Non discuto l’opportunità dell’uguaglianza, discuto la priorità degli argomenti.

Si ricominci a diffondere il benessere sociale anziché restringerlo. Si parli dei servizi pubblici, di dove vanno i soldi delle tasse, del perché non c’è lavoro e le aziende falliscono o emigrano, del perché i Comuni non hanno soldi per mettere a posto i marciapiedi, del perché le imprese italiane migliori finiscono in mano stranera, della globalizzazione del capitale invece che del lavoro. Se si uniscono i puntini, il disegno appare più chiaro e ci si rende conto che buona parte delle questioni hanno una matrice comune. 

Riprendiamo a camminare a testa alta. Sarà spontaneo, allora, riflettere dell’opportunità di volare.

venerdì 18 settembre 2015

Sul treno "metropolitano"


E’ mattina e come sempre sto viaggiando in treno. No, non quelli veloci. Quelli li prendo per andare in vacanza, nei giorni in cui tutto sommato della velocità farei anche a meno. Il mio è un treno cittadino, qualcuno dice “metropolitano” per darsi un tono da abitante di una grande città. Quello che mi ruba la mezz’ora decisiva per perdere un appuntamento, fare tardi dal medico o trovare chiuso un negozio. Che mi costringe a restare in ufficio più a lungo per recuperare il ritardo e che consegna mio figlio alla sua scuola quando tutti i suoi compagni sono già seduti al proprio posto. Minuti di ritardo, minuti non programmati che si sommano giorno dopo giorno fino ad ergersi a generare una montagna di tempo impressionante. Tempo rubato alla vita.

Intorno a me tante persone. Una marmellata umana opprimente di viaggiatori senza volto che condividono spazio vitale con altre persone tutte uguali, tutte la stessa routine e la stessa sorte. Non ci si guarda, per lo più ci si subisce. Eppure ognuno di noi un volto ce l’ha e con il volto una storia. Quella di chi è andato a vivere in periferia per avere una casa più grande o forse solo per potersela permettere, una casa, avere più verde per i bambini, allontanarsi dallo smog sul treno diventa la stessa storia di chi ha scelto un quartiere residenziale per potersi comprare la villa che ha sempre sognato. Accanto al bengalese che può prendersi in affitto una stanza solo in certe zone c’è la badante lettone che si è stabilita qui con il marito, che fa l’idraulico. Quelli che vivono al centro hanno problemi diversi, non necessariamente di minore portata. Questa città lascia scampo solo ai ricchi. Per me i ricchi non sono necessariamente i titolari di un sostanzioso conto in banca. Sono quelli che possono permettersi una scelta. Chi sta nel treno con me, nella maggior parte dei casi, questa facoltà non ce l’ha.

Il vagone è un blocco unico, un muro umano in cui è impossibile muoversi. Sento l’odore dei miei vicini; dopo qualche anno il cervello inizia a catalogare i segnali che il naso gli invia. Si distinguono i vecchi, gli indiani, le donne e gli uomini, gli adolescenti, gli impiegati e gli operai e così via ogni tipologia. Le conversazioni ho smesso di ascoltarle; mi confondono e, spesso, mi deprimono. Preferisco otturare le orecchie in qualche modo. Quando posso, leggo. Non ora: questo treno si è fatto attendere a lungo, quasi sempre è così. La banchina si è riempita di passeggeri che hanno lottato strenuamente per accaparrarsi pochi centimetri vicino al finestrino, per respirare un po’ meglio, o in un angolino più protetto che possa evitargli di essere travolti dalle spinte di chi tenterà di entrare alla stazione successiva. Leggere è impossibile. Il primo tentativo di alzare il braccio per portare il libro davanti agli occhi susciterebbe sguardi in cagnesco.

Nei giorni buoni osservo i compagni di viaggio con maggiore attenzione. Il viaggiatore quotidiano lo riconosci. Ha quella patina di polvere accumulata nell’attesa, di grigia rassegnazione agli eventi. Oggi il treno passerà in orario? Salterà una, due corse? Si romperà nel tragitto fra due stazioni e dovrò attendere il primo treno successivo in grado di raccogliermi (spesso lasciandone passare un paio perché troppo pieni per penetrare la cortina dei corpi che sbarra l’ingresso ai vagoni)? Essere pronti a tutto cambia l’espressione del viso, che si fa più serio. L’espressione guardinga, mai davvero in pace.

Insieme alle facce studio i comportamenti. E’ chiaro che la maggior parte di noi sta soffrendo. Nessuno, potendo scegliere, se ne starebbe fermo per dieci, venti, trenta minuti con l’alito di un estraneo sul collo. Nessuno si farebbe calpestare un piede, nessuno subirebbe l’angolo di una borsa di cuoio sul fianco, uno zainetto addosso al petto, un ombrello bagnato che gocciola sui pantaloni senza spostarsi a cento metri maledicendo la maleducazione altrui. Ma qui non è maleducazione: è sospensione dell’educazione. Il civismo si incrina nella lotta per la sopravvivenza.

La frustrazione non trova sbocchi, se non nello sfogo offerto dai social network. So che tutti si indignano per ritardi, malfunzionamenti, condizioni di viaggio ai limiti ma vedo che restano apparentemente impassibili. Le dita però si muovono incessantemente sugli schermi dei telefoni. Le persone cercano sul web conforto e condivisione per le proprie sofferenze, ma nel corso del viaggio sono tante solitudini silenziose. Durante il tragitto si pubblicano fotografie, commenti e pensieri, poi il treno arriva in un modo o in un altro a destinazione e tutto si sgonfia. Forse sopraffatto dalla giornata, dai propri impegni, forse disilluso di poter cambiare alcunché, il viaggiatore attende il prossimo viaggio, il prossimo supplizio, il prossimo ritardo da denunciare su internet attendendo la solidarietà di altri dieci, cento viaggiatori come lui.


Non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe se, per qualche evento magico in grado di cambiare la storia, invece che macerarsi in mille solitudini confortate da un’illusoria solidarietà telematica, le energie di queste migliaia di persone convergessero in una protesta di massa coesa e focalizzata su un unico interlocutore. Se l’indignazione e l’esasperazione compresse da tanto tempo si concentrassero in un’azione ordinata e prolungata e fuoriuscissero con la portata che un torrente può avere quando passa attraverso un imbuto. Abbiamo dimenticato che il destino è nelle nostre mani e che la moltitudine non è solo traffico e caos, ma anche una opportunità. La moltitudine cambia la storia, è già successo e succederà ancora, anche se a guardarsi allo specchio oggi si può non credere. Monicelli diceva che la speranza è degli oppressi, che fa comodo ai padroni. Non voglio nutrire speranza, ma fiducia. Concittadini, amici pendolari, compagni di sventura. Fidiamoci di noi.

martedì 25 marzo 2014

Enopsichedelici guastatori a raccolto!


Pubblico l'estratto di un libro che mi sembra molto attuale, oltre che assolutamente godibile da leggere. Si tratta di un frammento del dialogo epistolare fra i due autori, pubblicato sulla rivista "Carta" nei primi anni duemila e riportato nel libro che cito in calce.

Che noia sfogliare i giornali coi loro servizi speciali sul Vinitaly, coi dossier esclusivi, elusivi, tutti uguali, ricalcati con carta marpione, xerocopiati, imperniati sui soliti vini che sfilano in passerella, sui calici piacenti, sui magnifici cento vincenti. Che palle questa melopea babbea sui vignaioli modaioli dell’haute-viticulture, che rompimento la prosopopea sulle cantine santine, sulle etichette smorfiosette fotografate come divette per calendari, sui filari ricchi come filiali della Banca Mondiale, sui Sassicaia, Gaja, Ornellaia, Lupicaia, sbandierati dai cafoni a caccia di benedizioni, esibiti dai parvenu per darsi arie da intenditori, usati addirittura in certe campagne [le chiamano così, campagne, pensa tu] pubblicitarie come testimonial subliminali per significare ricchezza, eleganza, potenza. C’è un gran proliferare di scuole di degustazione, corsi di abbinamento, sorsi di elevamento in società.

Qualche giorno fa mi sono trovato a una cena di ulivisti doc [nel senso politico], facenti parte di un club privé per diventare gourmet, sommelier, iniziati viziati, una cena in cui non si faceva che ammiccare, sbraidare, sbrodolare le proprie conoscenze. Non puoi immaginare che esibizionismo nell’annsare, che roteare di bicchieri, che schioccare di lingua, che gran toreare di commenti saccenti sui produttori emergenti, sui top del tappo, sulle hit del cappio.
Appena gli ho esposto il programma di “Terra e Libertà” e gli ho detto della necessità di un Critical Wine, di un approccio meno elitario, più identitario e rivoluzionario, li ho visti chiaramente darsi di gomito, sghignazzare, commentare ecco il solito kretino di estrema sinistra che crede ancora nei sommovimenti, nei contro incontri. Ma ormai la loro è una competenza sterile, sanno solo sottolineare le fermentazioni e non vedono i fermenti che covano nelle nostre menti, discettano di giacimenti gastronomici e svicolano sulle implicazioni sociali, si dilungano sugli affinamenti e non percepiscono le possibilità di nuovi affiliamenti, si inebriano degli invecchiamenti e gli sfuggono le derive che possono prendere i movimenti.
Consultano febbrilmente, fideisticamente, i vari gamberi rossi, gli omini michelini, i pesci rossi espressi, e entrano di diritto a far parte di una confraternita di esperti inerti. Noi non vogliamo enologi teologi, ghiottoni coglioni, né annullarci in satori per degustatori, noi abbiamo chiamato a raccolto gli enopsichedelici guastatori per cercare un terreno comune che sia immune dalla retorica bolsa della vite quotata in borsa per la gioia dei collezionisti onanisti.

"Bianco Rosso e Veronelli - Manuale per enodissidenti e gastroribelli" (Luigi Veronelli, Pablo Echaurren, 2005, Stampa Alternativa)

mercoledì 18 settembre 2013

Io e la Sardegna, anzi l’Ogliastra


Sono tornato in Sardegna. L’ho fatto in settembre e l’ho fatto in Ogliastra, sulle vestigia del mio nonno materno. Questa è una delle aree più incontaminate di un’isola comunque meno abusata, meno sfruttata, meno insediata della maggior parte dei luoghi d’Europa esclusa l’Islanda, qualche parte della Grecia e alcune vallate alpine (ma in montagna è più facile, per ovvie ragioni geografiche, preservare il territorio). Fin dall’infanzia il rito del ritorno si ripete periodicamente, ogni due o tre anni. In verità tre anni è già troppo: ho calcolato che dopo circa venti mesi di assenza dall’isola comincio ad avvertire strane manifestazioni di astinenza. L’effetto principale è una particolare sensazione di soffocamento, che nelle mie percezioni distorte dalla saudade mi convinco possa essere contrastata solo dagli spazi sardi. Anzi da quelli dell’Ogliastra. Per forza: qui ci venivo da piccolo, ci ho sguazzato da adolescente, ci ho fatto la prima vacanza zingara, in macchina da solo con un amico. Ci ho passato momenti di coppia, di famiglia e di solitudine. Qui ho imparato a nuotare sott’acqua, qui ho gustato i primi sorsi del vino scuro che facevano i parenti e già lo confrontavo con quello, diversissimo, dei parenti piemontesi. Qui ho visto i cieli più meravigliosamente pieni di stelle della mia vita.
Malgrado ciò, non è che abbia passato tutte le estati della mia vita qui e forse è anche meglio: il ritorno in questo modo mi dà emozioni ancora più potenti, perché non è scontato. Anzi ogni volta mi chiedo quando succederà ancora. Ogni anno, prima di approdare, mentre sono in nave e mi muovo tra le due sponde mi chiedo se la magia si ripeterà. Affiora sempre il timore che qualcosa si sia rotto. Qualcosa dentro di me oppure nel paesaggio, insomma che l’equilibrio si rompa, che il legame tra di noi (io e la Sardegna, anzi l’Ogliastra) venga inquinato da qualche fattore di interferenza.
Alla fine dell’estate 2013 le strade, le spiagge e le campagne della Sardegna anzi dell’Ogliastra sono ancora più rarefatte del solito. L’arretramento dell’attività turistica rende la natura più che mai padrona del paesaggio, i rilievi di roccia rossa che digradano al mare ancor più presenti. Qui la Sardegna esprime la sua identità nel modo plateale e severo che è sconosciuto ai tanti frequentatori delle – pur splendide, inimitabili – coste del nord dell’isola. Gli sparuti bar che delimitano il bordo delle spiagge, a ridosso delle pinete che sprizzano le proprie fragranze, hanno una decadenza commovente che sembra richiamare alla fine di un’epoca, oltre che alla conclusione di una stagione. Non c’è ombra, o se c’è è ben nascosta, del turismo su larga scala  che serve frotte di vacanzieri soddisfacendo bisogni in cambio di guadagni. Qui il “business”, parola che traccia una dimensione organizzata e sistematica del profitto, ritorna “commercio”, termine che invece ci riporta alla natura dello scambio di risorse. E poi i sardi, in netta maggioranza su tutti i turisti “continentali”, popolano le proprie spiagge con rispettoso orgoglio accanto a tedeschi in camper, coppie di pensionati e famiglie controcorrente. C’era anche la mia, di famiglia. Astrid ha fatto sua la Sardegna anzi l’Ogliastra con amorevole intensità. E’ una conferma della nostra affinità. Del resto non avrei potuto tollerare il contrario e probabilmente, se avesse detestato questa terra, l’avrei uccisa a Perdasdefogu dandola in pasto a un maialino del Gennargentu.
L’Ogliastra è essenzialmente rurale. Allevamento e coltivazione sono appannaggio di una miriade di soggetti anziché di aziende di dimensione elevata o anche solo media. E’ stato agevole quindi fare la spesa direttamente dai produttori, perché essi erano disseminati ovunque. Chi ha un orto spesso propone i propri prodotti in strada. Chi ha un po’ di terra non esita – se glielo chiedi – a vendere ciò che ha cioè frutta oppure verdura, olio, vino, mirto e acquavite, confetture, formaggio, salumi, pasta fresca, pane. Ad esclusione delle consuete catene della grande distribuzione – peraltro qui affette da un entusiasmante (per me) nanismo – non ho trovato un punto vendita (macelleria, alimentari, pescheria) che non si approvvigioni da produttori della zona e in molti casi da proprie risorse (il macellaio vende la carne dei propri maiali, il salumiere il formaggio di un amico o un parente e così via). Per chi abita in città ed è abituato a fare salti mortali per sfuggire all’assedio pervasivo dell’industrializzazione, pagando a caro prezzo le proprie “eccentriche” abitudini nutritive, trovare un simile contesto equivale ad approdare alla terra promessa o qualcosa di simile. L’aspetto alimentare ha contribuito non poco alla definizione di un equilibrio sensoriale magico in cui spazio visivo incredibilmente aperto, silenzi rotti dal rumore delle onde o della pioggia, aria lieve che lambiva incessante la pelle e le foglie, odori e sapori netti e inconfondibili hanno pennellato il quadro del nostro soggiorno.
Il contesto è un requisito determinante, e anche sottovalutato, al godimento di un’esperienza. Si sente spesso dire “il cibo che ho portato, una volta a casa, non aveva lo stesso sapore”. Se il vissuto coinvolge in modo accentuato l’aspetto sensoriale come può accadere, ad esempio, durante un viaggio in barca a vela oppure una spedizione in Tibet, esperienze in cui l’immersione ambientale è più totalizzante, la difficoltà è ancora più forte.
Vorrei condividere con gli amici cari ciò che ho provato, sentito, goduto e scopro che c’è un irriducibile dislivello tra ciò che so e ciò che riesco a descrivere. La frustrazione si riduce parlando con qualcuno che ha vissuto esperienze simili, poiché mi convinco che intuisca certe sensazioni avendone già provate di simili. So che coloro che conoscono l’Ogliastra od hanno trascorso giorni settembrini in Sardegna (anche in altre zone) hanno qualche chiave in più per accedere alle stanze del mio piacere vissuto. E’ un po’ come quando si tenta di spiegare l’esperienza di un figlio: sai già che chi non ha figli non potrà comprendere appieno i dettagli di ciò che gli comunichi, non hai bisogno di averne conferma leggendo negli occhi del tuo interlocutore un ascolto interessato ma distante. D’altro canto sai già che gli altri genitori afferreranno ogni sfumatura delle tue emozioni, senza dover attendere la luce partecipe che infiammerà i loro occhi quando gli parlerai, che so, della prima volta che hai preso in braccio tua figlia o dei primi passi di tuo figlio.
Mi interrogo su questi temi a sole ventiquattro ore dal rientro. Sono nel mio appartamento e assaggio pensoso il prosciutto di filetto di capra comprato da un pastore che stazionava, col suo banchetto appoggiato al furgoncino, all’incrocio di due strade. Ci dev’essere un modo per aiutarmi a “far capire” e introdurre le persone direttamente “dentro l’esperienza”. Certo, non potranno sentire gli odori che ho sentito, i silenzi a cui mi sono abbandonato e non saranno accarezzati dalla stessa brezza. La sensorialità è forse l’ultima barriera che la telematica dovrà (tentare di) superare per rendere la condivisione davvero completa e il virtuale sempre più reale. Dovesse mai riuscirci, il mondo cambierà in modo inimmaginabile. Prima di allora, mi limiterò a domandarmi se ascoltar parlare un pastore, vedere un video girato su una spiaggia lunare, guardare fotografie o farsi spedire una bottiglia di mirto riusciranno a trasferire, nell’interlocutore ignaro, una quota di emozioni superiore a quella che la mia umile penna ha saputo riferire.

mercoledì 8 maggio 2013

"Rossi e neri sono tutti uguali"... ma che siamo in un film di Alberto Sordi?


Leggendo questo articolo della sempre vivida Barbara Spinelli una serie di domande incombeva nella mia mente come il sibilo notturno di un antifurto rotto. Persistente. Penetrante.

Osservando Alfano che, dopo aver occupato da parlamentare “per protesta” il Palazzo di Giustizia di Milano (leggi) viene nominato Ministro degli Interni e vicepresidente del Consiglio da Enrico Letta, vicesegretario del pd e nipote del vice in pectore del pdl, oppure leggendo la lista di viceministri, sottosegretari e presidenti di commissioni parlamentari popolata da un 30% di casi scandalosi (Formigoni all’agricoltura, Matteoli ai lavori pubblici, Cicchitto agli Esteri, Galan alla Cultura, La Russa alla Giunta per le Autorizzazioni a procedere, il banchiere Saccomanni all’Economia, Quagliariello alle Riforme Istituzionali) e da un 70% di semplici replicanti di vecchie dinamiche (Capezzone, Finocchiaro, Franceschini, Catricalà, Casini, Latorre, Sacconi, Vito, Boccia, Realacci), cosa pensano gli elettori del PD? Credono davvero alla storia strampalata dell’Unico-Governo-Possibile? Credono davvero che tutto ciò fosse necessario “per il bene nazionale”, e inevitabile?

Vedendo Berlusconi, contro il quale hanno votato lo slogan “smacchiamo il giaguaro”, fare il bello e cattivo tempo imponendo l’agenda del Governo, sue pedine (perché di questo si tratta) nei posti chiave, un suo fantoccio alla commissione giustizia, usare la minaccia di togliere la fiducia all’esecutivo come strumento negoziale (via l’Imu o cade il Governo, Nitto Palma alla Giustizia o cade il governo, e così via), come si sentono?

Credono al principio secondo il quale il pd, per “responsabilità”, possa anzi debba allearsi con chi ha dato ampie garanzie di “irresponsabilità”?

Non si sentono presi in giro da una classe politica, un’intera classe politica, che a fronte di una propensione al cambiamento senza precedenti da parte dell’elettorato si arrocca in un modo così plateale, rieleggendo lo stesso Presidente della Repubblica e gli stessi personaggi dei Governi Berlusconi e Monti, entrambi sfiduciati dagli stessi che ora ne sostengono gran parte dei componenti opportunamente rimpastati?

Non credono, gli elettori del pd, che il motivo per cui le poche voci discordi (Barca, Civati, Puppato, Vendola. Renzi chissà) abbiano infine accordato fiducia a Letta (Civati e Puppato) oppure siano state relegate di nuovo ai margini (Vendola), sia anche da ricercare nella convinzione che, in fin dei conti, forse col passare del tempo gli elettori dimenticheranno? Voi dimenticherete? Voi sarete disposti ancora a votare per queste persone, sia pure nelle mentite spoglie con cui si presenteranno alle prossime elezioni? Credete che un sindaco come Ignazio Marino – che a differenza di Pisapia non è stato scelto con le primarie - sarebbe indipendente dalle logiche dell’attuale dirigenza pd?

Perché se così stanno le cose, amici miei, allora ve lo meritate. Io, però, no.

lunedì 22 aprile 2013

Ora avanti....



Dopo gli ultimi atti parlamentari, non ho dubbi che sia chiaro a tutti chi tra le forze in parlamento vuole cambiare l'Italia e provare - pur procedendo tra errori e buoni risultati - ad imprimere una sterzata rispetto agli ultimi vent'anni e chi invece vuole evitarlo. Mi è meno chiaro lo scenario presso l'elettorato: infatti, se c'è una quota di cittadini che ha votato "pd" confidando in una svolta politica (platealmente disattesa), ce n'è un'altra che ha votato "pd" riconoscendovi una forza fondamentalmente conservatrice. In sostanza il desiderio di conservazione potrebbe essere maggioritario presso l'elettorato, dando per scontato che il voto per pdl e per Monti fosse animato dalla convinzione di restare in linea con i governi del passato. Ció che è certo è che, come dice il giornalista Marco Travaglio qui di seguito, ora la maschera dei finti progressisti è caduta e alle prossime elezioni amministrative, politiche, europee, sapremo chi votare o non votare se vorremo cambiare la politica, l'economia, l'Italia. 
In questo senso, quindi, gli ultimi giorni hanno fatto chiarezza, oltre che realizzato una poderosa restaurazione consociativa di stampo berlusconiano. È una consolazione, anche se magra. Ora i restauratori, ne sono certo, lavoreranno per accreditare agli occhi dell'opinione pubblica il "nuovo" assetto e parallelamente screditare i promotori di una svolta. Lo faranno utilizzando il monopolio dei vecchi media e c'è da giurare che riusciranno a convincere molte persone. Già mi pare di sentirne gli argomenti: "la credibilità internazionale, la competenza, Napolitano che in fondo non è poi un cattivo presidente, la Boldrini che è una faccia pulita....".
Si può resistere solo impegnandosi a guardare oltre, usando la rete, mantenendosi svegli.

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"Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto".

lunedì 28 gennaio 2013

Il Syrah come strumento

Il mio diciannovesimo articolo per la nuova Bibenda7, che si aggiunge a quelli già scritti per la "versione ante restyling" del magazine on line di Bibenda. I vecchi articoli purtroppo non sono più consultabili on line, ma alcuni di essi potete leggerli su questo blog.


domenica 30 dicembre 2012

L'anno vecchio è finito, ormai (ma qualcosa ancora qui non va)


Caro Lucio ti scrivo così mi distraggo un po'

e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.


la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando

La televisione dice sempre un sacco di stronzate ma, a differenza di quando hai scritto la canzone (1979), ben pochi ci credono ancora. Forse perché ai tuoi tempi non c'era ancora stata la Fininvest.


sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno.

Non so a quali uccelli ti riferissi, ma oggi sono più quelli che se ne vanno che quelli che tornano. Lo dice anche Caparezza.


Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.

La luce c'è, ma si paga assai più che allora. Quanto ai sordi, continuano a parlare senza ascoltare e i muti oggi come ieri non hanno voce. Non è cambiato molto, mi spiace dirtelo.


E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,

Erano belle le speranze degli anni settanta, vero? Oggi l'amore non è per niente libero, anzi è incanalato nei rigidi binari di un conformismo a sfondo clericale, basato fondamentalmente sulla repressione della sessualità. Nonostante - o forse per mezzo di - l'inflazione mediatica della simbologia sessuale. Quanto ai preti, continuano a non sposarsi ma fanno tutto il resto.


e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Qualche cretino sarà pure sparito, ma a me pare che ad andarsene siano sempre i migliori. I furbi prevalgono, vorrebbero in alcuni casi tornare perfino in parlamento. Non ci credi, vero?


vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

Oggi come allora, nonostante tutto, ridere e sperare è tutto ciò che possiamo fare.


L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità

Anch'io mi sto preparando. Ciao Lucio. A presto.

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(post liberamente ispirato a "L'anno che verrà, Lucio Dalla, 1979)

martedì 25 settembre 2012

Impressioni di settembre: Boston



Boston una volta era molto diversa da oggi. Un nodo autostradale in pieno centro spaccava la continuità urbana e a ridosso di questo, ed anche più a sud, esistevano ampie aree degradate. Condivideva insomma la stessa natura di molte città degli States in cui ricchezza e povertà, splendore e decadimento coesistono nello spazio di pochi metri. Poi ha cominciato a decollare e lo ha fatto grazie ad un’intensa opera di risanamento la cui paternità è stata condivisa tra Stato (Massachusetts) e comune.
Il “Big Dig”, nei quindici anni a cavallo della crisi delle torri gemelle, ha interrato l’intero groviglio viario fra North End e il resto della città sostituendolo con giardini e fontane. Contemporaneamente, un’illuminata politica cittadina ha cercato di restituire a ciascun quartiere la sua identità peculiare in opposizione al cosiddetto urban sprawl che, in quasi tutte le città occidentali, ha segnato negli ultimi vent’anni una forte espansione dell’urbanizzazione verso le periferie, con quartieri residenziali tanto ampi quanto privi di anima o almeno di un proprio carattere distintivo. Limitatamente al comune di Boston, questa azione ha cercato di riaggregare la città puntando sulla dimensione del quartiere, un caso più unico che raro in America e in controtendenza rispetto all’Europa. Il sito internet del comune esprime tale suddivisione in quartieri: c’è una brochure che ne elenca la storia e una community di persone affiliate al comune che - presumo gratuitamente - si mettono a disposizione per dare consigli sulla propria zona. Si tratta di un modello urbanistico prettamente europeo che Boston, la più europea delle città americane, ha perfettamente ereditato e che l’Europa sembra aver smarrito frastornata da giganteschi megacinema, megastore, megaparcheggi che segnano lo scenario di periferie ipertrofiche. Intere aree nate dal nulla e anche per questo vuote di senso.
Gli interventi pubblici hanno fatto da volano a numerosi investimenti privati. Mai viste tante case in ristrutturazione in un quartiere aristocratico come Beacon Hill.
L’effetto collaterale di tutto ciò è stato un generalizzato aumento dei prezzi degli affitti e delle compravendite immobiliari. Come a dire: vivere in una città bella e funzionale non è gratis.

A proposito di funzionalità non vorrei soffermarmi troppo su particolari che sarebbero banali solo se non rappresentassero un confronto vergognoso per noi italiani. La connettività Wi-Fi gratuita copre gran parte della città un po’ per l’iniziativa privata - non c’è locale che ne sia sprovvisto - un po’ per quella pubblica in uffici, treni e parchi pubblici. I parcheggi sono costosi per chi viene da fuori, che oltretutto paga un pass per entrare in città con l’automobile, ma sono pressoché garantiti agli abitanti: in ogni quartiere la maggior parte degli spazi-macchina sono preclusi ai non residenti. Del resto l’automobile in città è tutt’altro che obbligatoria (a meno di casi familiari particolari: anziani, invalidi, bambini) in quanto le dimensioni urbane, unite ad una rete di trasporto adeguata, permettono di muoversi agevolmente a piedi. In compenso l’efficienza dei mezzi è impressionante. Non solo puntualità e frequenza. Ascensori e scale mobili in ogni stazione - mai assistito ad un caso di malfunzionamento in venti giorni di uso intensivo della rete - pavimento lucido e perfino ventilatori per i passeggeri in attesa sulla banchina. Biciclette in ogni angolo, un buon numero delle quali di proprietà del comune e affittabili a cinque dollari per mezz’ora. Ma il particolare che mi ha davvero smarrito è stato vedere un dipendente comunale, in divisa, lucidare (sottolineo: lucidare) un secchio della spazzatura lungo un marciapiede. Ero allibito. Mi è stato spiegato che lo fa per un motivo preciso: la superficie dei cassonetti della città è provvista di cellule fotovoltaiche che azionano un motore che fa il compostaggio dei rifiuti. Se il coperchio è sporco, le fotocellule non si caricano completamente. Ovvio.

So bene cosa accade ai miei connazionali quando si confrontano con altre realtà. Non sai se essere più invidioso per gli abitanti locali che, pur pagando meno tasse di te, hanno la possibilità di vivere in una città che funziona meglio della tua oppure incazzarti col tuo Paese, la tua regione e il tuo comune e perfino con chi ha voluto fare dell'Italia uno stato unitario, palesemente incapace di autogovernarsi, anziché lasciarla ad un più fisiologico stato di divisione subalterna.

Non è che voglio per forza parlar male del mio paese non appena varco i confini. Non voglio apparire ingrato come un figlio che sottovaluta ciò che la mamma, naturale o putativa, anagrafica o professionale, gli regala senza chiedere in cambio nulla più che uno sguardo benevolente.
Neppure sono un turista di primo pelo che si impressiona per il solo fatto di mangiare un hamburger fatto bene in luogo delle imitazioni che si trovano da noi. Qualche posto l’ho visitato in vita mia. Boston è davvero una città deliziosa e non solo una città ben organizzata. Racchiude in sé aspetti positivi dell’Europa e degli Stati Uniti. Questo non significa che sia l’Eden.  Per esempio, agli occhi di un romano, non sfugge l’assenza di monumenti di impatto mondiale che reggano il confronto col Colosseo o San Pietro. Tuttavia i monumenti, pur importanti, non hanno un impatto risolutivo sulla qualità della vita. Insomma sia chiaro: so bene che l’Italia non è solo decadenza e malfunzionamento. Ha anche alcune bellezze indubitabili. Per esempio c’è la pizza margherita. E poi un bel clima (...).

Anche se giovane da un’ottica europea, Boston, fondata nel 1630, è la più antica fra le metropoli americane. La città si confronta continuamente con il passato, con orgoglio ma senza restarne intrappolata. L’intera area del seaport district, la più vecchia della città e teatro di sbarchi e anche di scontri armati, invece di ripiegarsi in un immobilismo museale stantìo, si sta ripensando completamente. Uno dei primi tasselli è stato il mastodontico Institute of Contemporary Art (ICE), poi l’istituto di design e altri edifici in costruzione. Non per questo il molo dei pescatori è stato demolito.

Boston è anche e soprattutto una città accademica. Il rapporto Università/popolazione è impressionante e istituzioni come Harvard, MIT e Boston University richiamano studenti da tutto il mondo nelle proprie sedi monumentali. Indubbiamente la forte vocazione accademica si riflette sulla società, che è quanto mai giovane e internazionale. Giovani attivi e benestanti. Avrei voluto chiedere ad ognuno di essi quanto del proprio reddito fosse riferibile ad aiuti familiari (finanziari e di altro tipo) e quanto derivasse da un percorso di vita personale in un ambiente favorevole all’investimento di ciascun individuo sul proprio futuro.

Non so definire esattamente la causalità fra cultura media degli abitanti e buona educazione, ma sospetto che sia piuttosto stringente. In tutto il periodo di permanenza, non credo mi sia mai accaduto di salire qualche gradino con il passeggino senza che qualcuno si offrisse di aiutarmi. Come minimo di aprirmi la porta, ma spesso di sollevare il passeggino stesso. Se capitava di sedere lontano dai miei, in metropolitana o in qualsiasi altra sala di attesa, subito c’era chi si alzava, a volte anche tre persone contemporaneamente, per farci sedere vicini. La prima volta rimasi fermo al mio posto osservando questi “eccentrici” comportamenti con sguardo interrogativo e aspettando il terzo o quarto “you’re welcome” o “here you go” prima di muovermi e ringraziare. Salgo con il passeggino sulla scala mobile? Subito qualcuno si precipita ad avvertirmi che c’è un ascensore, una rampa, qualcosa insomma che mi renderà la vita più semplice. La percezione di sentirsi osservati non è esattamente ciò che intendo per libertà, ma devo ammettere che un simile slancio collettivo, quasi istintivo negli abitanti a giudicare dalla frequenza con cui si è manifestato, mi ha colpito profondamente. La cortesia come atto spontaneo, senza sovrastrutture (sociali o commerciali per esempio) ma piuttosto introiettata fino a divenire un riflesso condizionato. Dopo un po’ la cosa ti coinvolge e cominci anche tu a cedere il passo a chiunque, a ringraziare tutti e aprire le porte e sorridere a chi passa con un bambino al fianco. Poi torni in Italia e riprendi a guardare il prossimo in cagnesco (ma che vuole questo qui? Il mio posto in metropolitana, forse, oppure è un raccomandato o quanto meno sta pensando di rubarmi la pensione. Mors tua vita mea. E’ la filosofia tipica dei posti con poco spazio, poche possibilità, poca ricchezza non solo in senso finanziario, poca dinamica sociale, poca fiducia nel futuro, poco ricambio generazionale, poca immigrazione di qualità, ecc.). Ma poi torni a Boston. E poi torni in Italia. E poi a Boston. E poi in Italia. E poi....

venerdì 24 febbraio 2012

Nostalgia, ma di futuro



Non è vero che la storia dell'essere umano è un percorso continuo verso il miglioramento. Credo piuttosto che il progresso avvenga a strappi, che l'uomo proceda a tentoni alternando periodi di sviluppo ad altri di decadenza. E' difficile argomentare senza dilungarsi in approfondimenti sociologici ma, insomma, io molto umilmente una sensazione ce l'ho. Vorrei esser nato vent'anni prima.

E' un'opinione tutt'altro che desueta: Woody Allen ci ha fatto un film poco tempo fa (Midnight in Paris) e capita spesso di sentir dire che, banalmente, si stava meglio “una volta” alludendo ad un generico periodo del passato (di solito quello in cui l'autore dell'esclamazione – quasi sempre anziano – era un giovane nel pieno vigore delle sue passioni). Ma una volta quando? La mia non è una sommaria proiezione verso il passato. Parlo specificatamente degli anni sessanta e settanta.

So che molti che hanno vissuto quegli anni potrebbero elencarne numerosi contrasti. L'autoritarismo clerico-borghese verso i giovani degli anni sessanta, gli anni di piombo e le crisi petrolifere dei settanta, le tensioni tra occidente e blocco sovietico. Ne convengo. Problemi ce ne sono in ogni epoca ed ognuna contiene opportunità e conflitti. Sono anche consapevole che leggere il passato alla luce di un presente difficile (c'è “La Crisi”...) esponga al travisamento. Sono attento a tener presente che tra i giovani che hanno dato vita alle contestazioni ce n'erano alcuni che lo facevano per una sorta di caricaturale “conformismo rivoluzionario”. Insomma in parte era anche una moda, una tendenza e i più acuti non mancarono di osservarlo (Pasolini). Mi sia concesso quindi l'onore del rigore: sono determinato a considerare il passato con la massima neutralità di cui dispongo.
Tuttavia ci sono elementi inconfutabili. Il fermento di quegli anni ha prodotto  sommovimenti sociali, molti dei quali sono partiti dal basso. Le differenze tra ricchi  e poveri si sono ridotte, anche grazie ai risultati di politiche keynesiane e all'onda lunga del new deal americano. La contrapposizione a questo scenario macroeconomico furono il monetarismo e la dottrina di Friedman. Essi avrebbero invertito la tendenza e trovato espressione politica a partire dagli anni ottanta; gli effetti conclusivi di quella reazione li stiamo vivendo oggi. C'è quindi ragione di guardare al passato per ritrovare in esso la maggiore realizzazione di  istanze come l'uguaglianza, la diffusione del benessere, l'espansione dei diritti. Paul Krugman (premio nobel per l'Economia nel 2008) è tra i maggiori sostenitori di questo punto di vista e ultimamente anche in Europa molti hanno capito che c'è del vero in tutto ciò.

Non ne faccio solo un caso di corsi economici, pur nell'importanza che essi rivestono nella storia dell'uomo. Quello che avrei voluto vivere è il senso che un giovane di quarant'anni fa aveva del futuro. L'ottimismo, il sogno. Se di nostalgia possiamo parlare, visto che tale sentimento è spesso proteso verso l'assenza, la mia è nostalgia del futuro. O meglio, di una certa idea di futuro. L'ascoltiamo nella musica di quegli anni, tuttora ineguagliata e imprescindibile punto di partenza per ogni autore. Il blues, il rock, molti generi musicali hanno espresso vette insuperate. Nessuna generazione ha ascoltato con convinzione la musica dei propri padri come accade a quella attuale. Genesis, Pink Floyd, Doors, Jimi Hendrix (la lista potrebbe essere enorme) continuano a segnare nei cuori degli adolescenti solchi profondi come quelli che dai vinili, tornati oggi in voga, diffondono nell'aria le note di Ticket to ride (Beatles). Il “biglietto per partire” dei baronetti di Liverpool mi appare come un clamoroso manifesto di quell'atmosfera. Tenetevi pronti, sembra voler dire, perché il cambiamento è alle porte e potreste essere proprio voi a determinarlo. Voi con le vostre idee, con la vostra energia, con la vostra gioventù ed il vostro bisogno di divertirvi, di essere ascoltati, di amare. Si spogliarono, non solo metaforicamente, le donne prima e gli uomini poi per abbandonare retaggi di un passato che sembrava lontano anni luce. 
E’ pur vero che l’epoca presente è avara di fantasia, di un’idea di futuro pertanto divora le proprie radici, cioè gli anni sessanta e settanta, eleggendole a feticcio e deformandole. Si auto cannibalizza. Non è il sentimentalismo che mi spinge a guardare al passato, io avrei anzi una naturale propensione per il futuro, bensì il bisogno di concentrarmi su un nucleo positivo, quale mi sembra l’essenza di quel periodo a fronte della negatività odierna.

Provo a far miei quei sentimenti, oggi, e spronare sulle note di Bob Dylan chi si piange addosso. Ma ho quasi quarant'anni e come me i miei coetanei “tengono famiglia”. Come potrebbero (potremmo) esprimere la forza dirompente del cambiamento? Stiamo passando dall'esser rivoluzionari (mancati) ad essere conservatori (disperati). La mia è una generazione di passaggio, il cui contributo è forse solo la (tentata) gestione della complessità degli stimoli, della  frammentazione, della società di individui isolati di cui facciamo parte. Senza prospettiva, però. Nessuno slancio vitalistico verso il futuro né tanto meno una propensione corale. Nella migliore delle ipotesi, la missione della nostra generazione è preparare la prossima ad essere pulsione di cambiamento. Nei giorni migliori mi sforzo di convincere i miei amici che il dolore va collettivizzato, invece l'isolamento ci indebolisce. Che l'ambiente va protetto, il consumismo ridimensionato, che il cambiamento, se lo si vuole, va preteso. Siamo lì a lamentarci davanti alla televisione e all'ennesimo reportage in cui uno dei pochi giornalisti che non ha perduto la voce ci descrive la realtà. In che misura saremmo disposti a mettere in discussione quel (poco) che abbiamo per fare la “rivoluzione”? Già, perché per cambiare occorre essere disposti a perdere qualcosa. Ma poi spegniamo la tivvù e andiamo a letto: domani è un altro giorno da consumare in un lavoro che ci sta stretto ma ci garantisce l'acquisto del telefonino che scarica le e-mail.

A volte incontro persone che condividono i miei pensieri. Sono i miei amici e sono coloro con cui più spesso amo condividere il vino della mia cantina. Mi pare di poter vedere, come in una soggettiva hitchcockiana, una cena tra di noi. Sorridiamo un po' mesti, all'ironia cinica di qualcuno che ha appena fatto una battuta. Alziamo i calici e il vino ci conforta mentre fuori dalle finestre, fra le strade spazzate dal vento nuovo, la storia ci sta già giudicando.


QUESTO ARTICOLO E' STATO EDITATO E PUBBLICATO DA PORTHOS A QUESTO INDIRIZZO.