mercoledì 30 marzo 2011

Amélie



Amélie aveva una scatola, con dentro sogni e pezzi di vita. A volte la mostrava, ma dovevano essere persone speciali. A volte l’apriva e qualcuno di quei colori straordinari usciva e iniziava a cospargere le pareti bianche della stanza. Allora lei si spaventava e richiudeva subito il coperchio. La pallina poteva ruzzolare sotto il letto: e se si fosse persa?

Amélie aveva un posto, dove non entrava nessuno. C’era il suo odore forte e tutto parlava di lei. La luce era chiara e ogni oggetto una foto di momenti vissuti. Persone. Sorrisi. Rombo sfumato di parole fuggite col vento di qualche sera romana, di un sabato lontano.

Amélie aveva una musica in fondo al cuore, un ballo di pochi minuti con un bambino sconosciuto, con occhi chiari pieno di sogni smarriti, emozioni chiuse dietro una mattonella. Musica di nostalgia di una stanza in penombra.

Amélie aveva un ricordo, che si faceva ogni giorno più bianco, da stringere in pugno per trattenerlo. Un abbraccio adulto partito prima del tempo. Un bisogno di partire per cercare. Una paura di perdere. Una strada da seguire.

Amélie era mia figlia, era tutto ciò che c’era. Era mia madre che torna dopo il raccolto, alla sera. Era il profumo della scoperta e l’invenzione della gioia.

venerdì 18 marzo 2011

Il rivoluzionario è dentro di te



Provate a perdere la coincidenza di un aereo a causa di un ritardo e per questo ritrovarvi di notte nella periferia di una città straniera. Trovare da dormire in attesa di poter prendere l’aereo giusto chissà quando, tra una selva di voli cancellati e bagagli smarriti, vestiti con abiti sbagliati per le latitudini a cui siete stati sbalzati. Il mondo può non essere rassicurante come sembra tra i corridoi segnati e illuminati dell’aeroporto, non è vero?

Pensiamo di esser liberi e padroni del nostro destino mentre percorriamo, tra scale mobili e tapis roulant, il nostro sentiero tracciato ed invece siamo piccole formiche di cui viene studiato il comportamento. Si conoscono i punti di sosta prolungata dei viaggiatori, per posizionare in quel luogo il punto vendita più appropriato. Si scandagliano minuziosamente i movimenti della gente per poter massimizzare la propensione all’acquisto. Si massifica, meglio possibile, il movimento collettivo convogliando i flussi in canali obbligati. Non accade solo in aeroporto, ma in tutto ciò che facciamo. Il paradosso è che la maggior parte di noi è convinta che la libertà si trovi dentro, l’aeroporto, anziché fuori. Fuori dall’aeroporto c’è un deserto che mette a disagio, una periferia urbana/industriale sempre orrenda. E lo è perché nessuno prevede che una persona solchi quelle rotte. Semplicemente, non è previsto. Non si può uscire dal cordolo. Come nel Truman Show, potresti scoprire il trucco se arrivi ad affacciarti dietro lo sfondo di cartapesta.

Si crede che la facilità di accesso offerta dalla tecnologia, la possibilità di viaggiare e spostarsi, sposarsi e divorziare siano requisiti che definiscono la libertà di ognuno di noi. Ma fermandosi un attimo, uscendo dalla strada che è stata tracciata per noi, all’interno della quale tutto appare possibile, si può osservare una realtà diversa.

In un libro, cioè questo si affronta questo tema che mi è caro. La società contemporanea è conformista. Molto più che nei decenni scorsi. Lo è sempre di più e con sempre minor opposizione da parte dell’individuo. Sui motivi di questo dato si esprime bene Simone Perotti, travasando direttamente dal mio cervello le parole e trascrivendole in modo estremamente acuto sul libro pubblicato. Ma come siamo diventati così? C’è chi sostiene (Benjamin Barber - "Consumati. Da cittadini a clienti" - Einaudi) che il consumismo si è deteriorato quando ha smesso di soddisfare bisogni, perché essi erano stati di fatto esauriti dai decenni precedenti, ed ha cominciato a sforzarsi di determinarne di nuovi. Può darsi.

Ma come può l’individuo accettare di essere schematizzato, per pura esigenza semplificatoria, in gruppi di caratteristiche omogenee? La persona, se coincide con il cliente e viene giudicata solo da ciò che è propensa a consumare, subisce una fatale semplificazione. Provo disagio per la quantità di vincoli alla libertà individuale che viviamo oggi, illusi che sia vero esattamente il contrario.
La nostra società è basata sulla massificazione. E’ l’industria di larga scala a volerla così. E’ molto meno costoso, per chi deve organizzare l’offerta di prodotti e servizi, trovarsi di fronte una domanda prevedibile. Va ancora meglio se oltre ad esser prevedibile questa è facilmente influenzabile. Questo inquadramento non è avvenuto con violenza, ma in modo fisiologico e progressivo. E’ connaturato al capitalismo “all’americana”, che ha prevalso nei nostri paesi influenzando, com’è ovvio, anche i rapporti tra le persone oltre che i comportamenti individuali.

Alcuni esempi? Provate a regalare un vestito blu ad una bambina. Niente. Le bambine devono vestire rosa. Se invece vedete un bambino con una bambola, l’avrà certamente rubata a sua sorella: non esistono bambole, se volete fare un regalo a un maschietto potete scegliere tra l’epopea di qualche supereroe ipervirile oppure buttarvi su sport o trenini/macchinine. Amate lo sport? Non azzardatevi a pretendere di vedere in tv la vostra squadra preferita di pallavolo. Si vive bene così, perché porsi troppe domande? Con tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere... perciò adesso, non recriminare, mettiti in fila e torna a lavorare...Vivrai in coppia, rigorosamente, che è l’unico modo per allevare i figli, in una casa ma meglio che sia di proprietà perché la sicurezza è un valore. Lo è talmente, che una delle massime svolte (in negativo) per la società è stata la fine del “posto fisso”. Una società diversa sarebbe forse stata pronta a digerirne le conseguenze. Sono ben poche le scelte che si possono prendere senza adeguarsi alle rigide sponde che sono ai lati del corso d’acqua che è la nostra esistenza. Cambiare questo schema si può, ma costa molto. Si chiamano “barriere all’uscita”. Scavalcare gli argini è possibile, ma il prezzo è molto alto. E non a tutti è consentito. Non tutti possono, non tutti sanno. Bisogna essere rivoluzionari. Non come quelli che imbracciavano il fucile, però. Rivoluzionari “dentro”.

Da “Adesso Basta” (Simone Perotti) - ed- Chiarelettere
Il rivoluzionario
Il vero rivoluzionario contemporaneo, quello che può seriamente far tremare l'establishment politico-economico, è oggi un consapevole, cocciuto, equilibrato individualista, che parte da sé, dal suo mondo, ci lavora sopra, fa di tutto per essere libero e consapevole come essere umano singolare. (Un individualista della volontà, sia chiaro, restando nel cuore un uomo sociale e in relazione). Non necessariamente compra ciò che gli si dice. Non necessariamente fa quel che dovrebbe. Usa gli strumenti come strumenti, non come fini. Costruisce una sua realtà, adatta a sé, efficiente, concreta. Così facendo, il singolo diventa eversivo. Egli interrompe in qualche punto vitale le sinapsi del consumismo e dell'assenza di senso. Il suo comportamento è individuale, cioè mosso dalla responsabilità e dalla dignità del singolo essere, dall'orgoglio di non vedersi soggiacere alla massificazione, eppure ha effetti enormi sul sistema, il suo esempio è emblematico e vale più di mille teorie sociali o programmi politici. Con conseguenze imprevedibili. Dieci, cento, mille uomini così e il potere è spacciato.


Non sono considerazioni particolarmente nuove. Bennato componeva testi invettivi sul conformismo già negli anni settanta. Quello che preoccupa è l'escalation, rispetto agli anni di Bennato, degli effetti che la massificazione ha determinato sull'arbitrio individuale. Ed ora, in attesa della rivoluzione, "in fila per tre"!


presto vieni qui ma su non fare cosi'
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te
che stanno in fila per tre
che sono bravi e che non piangono mai

e' il primo giorno pero'
domani ti abituerai
e ti sembrera' una cosa normale
fare la fila per tre
risponder sempre di si
e comportarti da persona civile

vi insegnero' la morale
a recitar le preghiere
e ad amar la patria e la bandiera
noi siamo un popolo di eroi
e di grandi inventori
e discendiamo dagli antichi romani

e questa stufa che c'e' e
basta appena per me
percio' smettetela di protestare
e non fate rumore
e quando arriva il direttore
tutti in piedi e battete le mani

sei gia abbastanza grande
sei gia abbastanza forte
ora faro' di te un vero uomo
t'insegnero' a sparare
t'insegnero' l'onore
t'insegnero' ad ammazzare i cattivi

e sempre in fila per tre
marciate tutti con me
e ricordatevi i libri di storia
noi siamo i buoni percio'
abbiamo sempre ragione
andiamo dritti verso la gloria

ora sei un uomo e devi cooperare
mettiti in fila senza protestare
e se fai il bravo ti faremo avere
un posto fisso e la promozione
e poi ricordati che devi conservare
l'integrita' del nucleo familiare
firma il contratto e non farti pregare
se vuoi far parte delle persone serie

ora che sei padrone delle tue azioni
ora che sai prendere le decisioni
ora che sei in grado
di fare le tue scelte
ed hai davanti a te
tutte le strade aperte

prendi la strada giusta e non sgarrare
se no poi te ne facciamo pentire
mettiti in fila e non ti allarmare
perche' ognuno avra'
la sua giusta razione
a qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio di tutta la liberta'
che ti abbiamo fatto avere

percio' adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare
e se poprio non trovi niente da fare
non fare la vittima
se ti devi sacrificare
perche' in nome del progesso
della nazione
in fondo in fondo puoi sempre emigrare

(edoardo bennato, 1974)

giovedì 20 gennaio 2011

La poetica dell'assenza


Giorni fa ho assaggiato alcune annate di un vino. Il Sassella Riserva Rocce Rosse di Ar.Pe.Pe.

Verticale, si chiama, l’assaggio di varie annate di una medesima etichetta. Il mio Virgilio in questo viaggio si chiama Armando. Lui conosce la zona, conosce l’azienda e pure l’etichetta. Lui è uno che si emoziona e sa come si descrive questo stato di grazia. Certamente sa anche che facendolo (cioè emozionandosi e descrivendosi) si può suscitare l’emozione altrui. Non di tutti, non allo stesso modo. Ma per lui, credo, basta anche solo una persona che capti i messaggi cifrati di cui è cosparsa la semina.

Il monito che precede il decollo è questo: “non cercate nell’assaggio qualcosa che già sapete”. Se prima di un viaggio o di una scoperta non ci si spoglia dei propri preconcetti e pregiudizi tutto ciò che si può raggiungere è una stratificazione di convinzioni. Non certo la conoscenza.

Insomma per usare un’esortazione a me cara: “mettetevi in discussione!”.

Questo vino evoca l’assenza. Non ha frutta. Non ha legno. Non ha i toni varietali del vitigno di provenienza. Non ha colorazioni fulminanti. Brilla per rarefazione invece che per concentrazione. E’ puro terroir. Concetto astratto, rappresentazione di un’idea, di uno stato della coscienza. Un monumento immateriale che tiene in sé il tutto con grazia eterea. Aromi complessi e gusto interminabile, timbro inconfondibile che riesce a sposarsi con una semplicità antica. L’esperienza sensoriale è così lunga e spontanea che la mia mente comincia a sollevarsi da quel tavolo e si abbandona alle onde della suggestione.

Ragiono sull’assenza, sul fascino delle ombre - che sono il presupposto per la luce - su “quello che non c’è”. Sulla sottrazione che è a volte il mezzo per raggiungere l’equilibrio. Sulla mancanza che è il veicolo del desiderio, di un luogo una persona o il sorso successivo. Penso a quanta bellezza si poggia sulle sottili ma fortissime corde della semplicità e quante cose si possono trovare in una sintesi che riesca a contenere la grandezza di certe creazioni. Si spendono tante parole per poi essere tacitati da un’unica pennellata che le racchiude tutte.

E’ un grande insegnamento, la sintesi. E’ disciplina dell’autocontrollo e della ricerca dell’essenza.

Cercare l’essenza attraverso l’assenza.





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QUESTO ARTICOLO E' STATO CITATO DALL'AZIENDA AR.PE.PE. A QUESTO INDIRIZZO.

lunedì 10 gennaio 2011

Le virtù del disequilibrio


In me c’è una metà più lunga: quella che comprime la struttura. E’ lei che mette in discussione l’equilibrio e causa le tensioni. Per esser solidali ad essa, le parti flessibili si comprimono e si accorciano, cercano di “compensare”. Di conseguenza, altre parti si allungano e distendono in un’affannosa ricerca della simmetria.

Può accadere di starci male, per questo squilibrio. E pure molto.

Il benessere passa attraverso la dedizione. Bisogna cercare di sorreggere l’impalcatura attraverso le virtù della costanza, massimizzare la percezione dei propri movimenti, sfumare l’acutezza delle percezioni nevritiche, controllare le dimensioni ed infine dedicarsi alla sottile arte della ricerca dell’equilibrio tra le parti. Distendere la metà compressa, certo, ma senza comprimere l’altra. Non si può vincere l'asimmetria con un impulso a sua volta asimmetrico. Bisogna vincerla con la simmetria buona: distendere e comprimere entrambe le metà, tenendo presente che certamente una soffrirà l’allungamento più dell’altra.

E' così che anno dopo anno si può restare aggrappati all’instabilità, impegnati in una pervicace lotta per la ricerca del contrappeso, considerandone perfino i lati positivi. La lotta spinge ad essere virtuosi, obbliga a dominarsi, impone un’autodisciplina.

Evidentemente quelli come me riescono a stare in piedi solo se stimolati dal disequilibrio.

venerdì 31 dicembre 2010

Questione di botti



Giorno di scoppi di petardi di tappi di spumanti di lacrime di gioia (?) di grandi mal di testa.

Giorno di saluti e di abbracci e di una certa ipocrisia.

Giorno di fantasia di progetti per il futuro. Mi abbraccerai? Ti abbraccerò? Raggiungerò il traguardo? Ritroverò la quiete al mio ritorno? Dipingerò il corridoio? Farò quel volo di sedici ore? Comprerò la K5? Scriverò per la guida? Otterrò quello che non chiedo ormai più? (ne sarei rallegrato?) L’asilo e i virus. Nuovo lavoro e idee. Nuove bottiglie che mi ispireranno, mi cambieranno, mi convinceranno, mi spingeranno a successive domande. Ci saranno forse malattie? I denti del giudizio resteranno al loro posto? Il Governo cadrà? (vi succederà uno migliore?).

Giorno di pensieri di bilanci, nostalgia per ciò che se ne va di un anno positivo. Il viaggio a nord della vigna, quello oltre il sipario del teatro, battesimale o aziendale. Quelli andati che restano o che restano ma sono andati. Odori che sono come ossigeno. Stanze di cui aprire le finestre.

Bottiglie vuote che si lasciano dimenticare ed altre ancora vive dentro. Come il Lagrein di Solva, lo Chassagne Montrachet 2005 con la polenta al tartufo, l’Aglianico del Vulture di D’Angelo, il Pinot Noir valdostano di Ottin, il Metodo Classico senza etichetta di De Bartoli, i due stupefacenti Merlot di Radikon e di Massa Vecchia e la Vitovska giovane di Zidarich bevuta sul belvedere. E poi anche Joly e la paradigmatica, monumentale Coulée de Serrant 1999, il Barbacarlo di Lino Maga, il Nerello Mascalese di Cornelissen ma anche quello di Foti, La Stoppa 2002, il Chianti Classico Riserva 1982 Castell’in Vigna, l’Amarone della Tenuta S. Antonio e quello di Stefano Accordini. Il pazzesco Champagne Les Rachais di Raymond Bouland, il Valtellina classico di ArPePe.

Piacere passato che come un’onda lascia al suo ritiro schiuma e plancton a nutrire l’anima. A fare di noi uomini e donne migliori come solo le emozioni sanno. E, a volte, i dolori.

Giorno di scoppi di amori di sogni di liti di guerre di risate.

Ma non giorno di parole al vento di superficialità.

sabato 11 dicembre 2010

Roma invita a rinascere

C'era una luce splendida a Roma quel giorno. Ed io sono uscito e ho vagato per la città, ho fatto foto mi sono lasciato trasportare da ricordi, suggestioni nostalgie malinconie desideri e certezze.
E poi ho fatto tappa da Enzo dove tartufo e filetto hanno consolato la tristezza mia di Luigi e Raimondo per aver rimandato le eno-scorribande in langa e provenza.



Già natale il tempo vola,
l'incalzare di un treno in corsa,
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi,
ho indossato una faccia nuova,
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti affianco.

Allo specchio c'è un altra donna,
nel cui sguardo non v'è paura
com'è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza,
ad oriente il giorno scalpita non tarderà.

Guarda l'alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inizia, invecchia, cambia forma,
l'amore tutto si trasforma
l'umore di un sogno col tempo si dimentica.

Già natale il tempo vola,
tutti a tavola che si fredda,
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell'urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa,
ad oriente il giorno scalpita,
la notte depone armi e oscurità..

Guarda l'alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inizia, invecchia, cambia forma,
l'amore tutto si trasforma,
persino il dolore più atroce si addomestica,
tutto inizia, invecchia, cambia forma,
l'amore tutto si trasforma,
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.
(Carmen Consoli)

lunedì 29 novembre 2010

US and THEM



Noi, forse, una pensione non ce l’avremo. Loro protestano vivacemente per la propria. A volte la prendono a cinquantacinque anni.

Loro hanno beneficiato del boom economico dei sessanta e di quello edonistico degli ottanta. Noi ci siamo trovati sul groppone la crisi della new economy (fine anni novanta), quella delle torri (duemilauno) e quella dei mutui subprime (duemilaotto).
Loro hanno visto un Paese con un debito pubblico sostenibile, al livello di tanti altri Stati europei. Noi un debito pubblico colossale, uno dei più alti tra i paesi “ricchi”.

Loro avevano genitori e suoceri che accudivano i figli: i celebri “nonni di una volta”, di cui parlano anche tutte le fiabe dei fratelli Grimm. Noi abbiamo genitori aitanti che si sentono ancora giovani e prestanti. Nipoti si, purché non interferiscano con la palestra, il circolo di scopone scientifico, il week end in Toscana, il cinema e il ristorante.

Noi non importa se sei mamma, l’orario corto non esiste più. Loro non importa se non sei mamma, l’orario lungo non è per te.

Noi il contratto a tempo indeterminato come punto di massima garanzia, spesso utopistico. Loro come forma contrattuale ordinaria.

Loro che una famiglia doppio reddito era una scelta. Noi che è un obbligo.

Loro e le battaglie per il divorzio e per l’aborto. Noi il “Movimento per la Vita” e il “Family Day”.

Loro che i Beatles e i Led Zeppelin e i Doors e i Pink Floyd li hanno visti nascere (ma spesso ascoltavano Nilla Pizzi). Noi che ascoltiamo ancora la musica degli anni settanta perché il resto fa schifo.

Loro il sabato una pizza con gli amici. Noi il tagliolino al tartufo.

Loro che un viaggio era un’odissea. Noi che voliamo low cost.

Noi siamo stati giovani con Berlusconi, Bossi, Rutelli e D’Alema. Loro con Moro, Spadolini, Pertini e Berlinguer.

Noi se vogliamo andare al mare senza fare il bagno con le pantegane dobbiamo fare chilometri su chilometri. Loro andavano dietro l’angolo e trovavano l’acqua pulita.

Loro suonavano la chitarra in spiaggia intorno al falò con la “maglietta fina”. Noi suoniamo con “guitar hero”, i falò sono vietati, e la maglietta è slim fit.

Noi giriamo ore per il parcheggio. Loro giravano ore per il corteggio.

Loro d’estate passeggiavano in Vespa sul lungomare. Noi anche d’inverno sulla tangenziale.

Loro in un ambiente socio-economico arcaico ma protetto. Noi in un sistema arcaico ma senza protezioni.

Loro al massimo una malattia venerea. Noi l’AIDS.

Loro una generalizzata fiducia nel futuro. Noi un generalizzato pessimismo.

Loro: l’emozione nella tv in bianconero. Noi: la pubblicità su internet.

Loro le lettere e gli “amici di penna”. Noi gli sms e gli “amici su Facebook”.

Loro “il matrimonio è per la tutta la vita”. Noi “il matrimonio è per il contributo al giro del mondo, da versare sul conto corrente dell’agenzia”.

Loro e l’eredità da lasciare alle generazioni future. Noi e le bollette da scaricare sulle generazioni future.

Loro e il declino del comunismo (cioè gli altri). Noi e il declino del capitalismo (cioè noi).

Loro, i giovani e i vecchi. Noi siamo tutti giovani.

Loro e la “pace dei sensi”. Noi e il Viagra.

Noi, la rete. Loro, i riti.

Loro “si stava meglio quando si stava peggio”. Noi “si stava meglio quando si stava meglio”.

venerdì 26 novembre 2010

Quando il "pueblo" è "unido"


Se assisto ad un movimento popolare, ad un corteo, non resto mai indifferente. Il movimento della moltitudine mi emoziona. Se poi questa folla invoca ad alta voce il rispetto di diritti, se rivolge la propria protesta contro chi è più potente e più cinico, se lotta per ideali nobili come la cultura, la giustizia, l’uguaglianza, la pace allora la mia emozione diventa incontenibile, me la faccio proprio sotto. In senso metaforico, s’intende. Insomma non riesco a trattenere il coinvolgimento e se non sono lì in piazza, vorrei esserci.

Avete mai provato ad unirvi ad un corteo? Si prova un’adrenalina unica nel movimento collettivo, camminare insieme ad altri in un’unica direzione e gridare cose condivise da chi ti sta intorno. Si ha la sensazione di essere parte di qualcosa. Una sensazione piuttosto rara nel nostro tempo d’individualismi.

Un elemento di ulteriore piacere è vedere la protesta sui volti dei più giovani. Quando vedo i ragazzi che protestano mi eccito. Non posso farci niente. Sarà che sto invecchiando, ma un diciottenne che vuole partecipare, far sentire la propria voce mi tranquillizza sul futuro allo stesso modo in cui mi deprime vedere ragazzi lobotomizzati ai concorsi per veline o davanti al Grande Fratello o con uno “smart” phone in mano. Forse è superficiale restringere il giudizio a poche osservazioni e pretendere di trarne “considerazioni sociali”. Forse. Ma non me ne frega niente. Quello che conta è l’emozione. Perché io da piccolo sentivo gli Inti Illimani cantare “el pueblo unido jamas sera vencido” e, mentre mi raccontavano dei giovani cileni scappati in giro per il mondo a cantare il proprio dolore io ci credevo. E, in fondo, ci credo anche adesso. Pure se il mondo è cambiato un bel po’ e anche i giovani probabilmente sono diversi.

Un corteo ha energia come un fiume. Nessuno può dire con certezza dove andrà quel flusso. Anche se, certo, esistono gli argini. Può capitare la circostanza sfortunata che ci siano incidenti. Certo se sali sulla torre potresti cadere. E’ certo però che se pensi di farti sentire scrivendo una bella letterina educata, difficilmente smuoverai chi tiene in mano le leve delle decisioni. Quanto all’opinione pubblica non solo non la smuoverai, ma forse neppure ne desterai la minima attenzione.

L’assalto al Senato è un atto simbolico che mi ha fatto sbavare. Lo so, è un sentimento un po’ deviato, ma sentire il vecchio e guasto giornalista invocare la repressione reazionaria (“picchiate i manifestanti”!) mi ha dato la conferma che l’atto dimostrativo ha colto il punto, è arrivato al cuore generando l’effetto per cui è stato eseguito. Quello di creare emozione. Emozione cioè ammirazione oppure indignazione, apprezzamento o condanna. Espressione di rabbia e di malessere che monta e che cresce mese dopo mese, protesta dopo protesta e che un giorno arriverà alla foce. Ottenere ciò che chiede o, magari, affievolirsi per uno scatto generazionale. Perché i giovani diventano vecchi. Gli incendiari, pompieri.

venerdì 12 novembre 2010

Ode al viaggio



Sentire i chilometri che si susseguono, solcati dalla tua macchina, il tuo treno, il tuo aereo, i tuoi piedi. Percepire il movimento, lo spostamento, il cambiamento. Andare da soli, con se stessi come unico amico con cui condividere le emozioni, e sentirle per questo esplodere ancora più intensamente nella propria anima. Andare in due, concedendosi lo spazio di eplorarsi nel profondo, facendo finalmente quel viaggio che si è sempre sognato, da vivere come un’inserzione nella reciproca intimità. Darsi l’illusione di non tornare mai più. Andare in gruppo, muovendosi a ondate, amalgamandosi in un’identità collettiva, un soggetto nuovo che crea forme attraverso il contributo di tutti, che disegna scenari che sarebbero diversi se l’alchimia fosse un’altra, con altre persone a comporre il gruppo. Veder nascere affinità parallele oppure perpendicolari, cementarsi durante il percorso. Litigare, affermare se stessi. Cedere parti di sé. Andare con un figlio o un genitore, sperimentando un nuovo legame, unica possibilità di essere pari di fronte al mondo, solidali in modo biunivoco e guardare in modo simile ma differente, ma sempre con stupore, il paesaggio che si evolve.

Sognare di restare in un luogo, per viverlo da dentro. Riuscire a farlo per davvero. Trasformarsi da turista in viaggiatore. Restare viaggiatori anche dopo essere tornati a casa, convinti che lo stato di viandante non sia una condizione del corpo ma dell’anima. Un bisogno insopprimibile che permette al fuoco di restare acceso. Portar qualcosa dopo un viaggio, da conservare, da ricordare, da ingrandire, da ammirare, da regalare. Tenere qualcosa dentro, per sempre. Viaggiare così a lungo da non aver più una casa.

Guardarsi intorno e scoprire realtà nuove. Accorgersi che i tuoi occhi guardano con maggiore interesse, con più curiosità. Tutti i sensi seguono, si attivano, si accelerano. Odori nuovi di cucine insolite, di alberi e natura cui non sei abituato. Sapori da esplorare e luce diversa, più sole, meno sole. Più caldo oppure più freddo. Un altro orario in cui hai sonno se c’è luce, ma stai sveglio di notte. Il corpo è più veloce, il metabolismo è più veloce, il pensiero è più veloce. Scatti meglio le tue fotografie, i pensieri di diradano, parli più fluido la tua lingua o quella di altri popoli che ora ti sommerge, ti sovrasta e ti costringe a leggere tutto con maggiore impegno, ad ascoltare con tutta la tua attenzione. Nutrirsi delle differenze, tra i tuoi modi e gli altri, nuove abitudini e convenzioni con cui confrontarsi, un senso comune diverso dal tuo, un senso dell’umorismo che ti è alieno, come tu stesso sei alieno al contesto. Oppure no, sei esattamente nel posto in cui ti senti te stesso, dove hai sempre voluto essere, quel posto che ti appartiene come tu sembri appartenere ad esso. Il luogo in cui hai l’impressione di esser sempre vissuto, in cui riesci a ricollegarti con la tua essenza. Ma a volte essere proprio nel punto da cui vorresti fuggire, un luogo che ti opprime e ti intrappola. Provare la leggerezza di potersene allontanare. E continuare ad andare. Altrove.

venerdì 22 ottobre 2010

Outing



So di avere una forma maniacale. Non credo sia proprio una patologia, ma è anche vero che non mi intendo di patologie. Sono un feticista. Di libri. Non è da molto che ce l’ho, qualche anno. Ma si alimenta col tempo. A me il libro non piace solo leggerlo. No, no. Mi piace guardarlo, in tutte le sue forme, che occhieggia dagli scaffali di una libreria o dalla mia mensola. Copertine colorate, con foto bellissime o quadri famosi o disegni pieni di cromatismi. Ma anche gli Adelphi mi attraggono, con il loro aplomb severo. E che dire dei tascabili. Piccolini, con copertine sottili, sottili come le mani di un bambino. Sono così delicati che potresti fargli male. Gli angoli delle pagine si piegano con la stessa facilità della carta velina, tanto che mantenere un tascabile intonso è opera da certosini. Di ben altra natura i saggi ponderosi da centinaia di pagine, con la copertina rigida. Mi ricordano i vecchi quadri con le cornici dorate. Pesanti, monumentali, cupi. I classici ispirano tranquillità, sai che staranno con te per sempre. Consorti pedanti che un giorno o l’altro riscoprirai nella loro bellezza, magari dopo aver tradito con qualche bestseller da pochi soldi. O con l’ultimo Strega.

Poi il libro mi piace annusarlo. Quando è nuovo sa di colla e di carta e di plastica. E’ ancora piuttosto neutro e attende di passare fra le mani del lettore che gli darà parte di sé. Stazionerà in qualche zaino o borsa, nel cruscotto di un’auto, su qualche comodino prenderà odori nuovi e il profilo delle pagine diverrà sempre più scuro di polvere e sudore delle mani e fumo. L’identità più forte però ce l’hanno i libri d’epoca. Il tempo gli ha regalato un colore giallastro e l’odore della carta si avvicina a quello del legno. L’odore del tempo. Sono cibo da archeologi, da spulciatori di soffitte, gente che si eccita per la caduta di qualche pagina che viene via dalla rilegatura come fosse foglia autunnale.

Amo anche possederli ovviamente. Tenerli tra le dita, sentire il fruscìo delle pagine, il battito della copertina sul tavolo, il peso sulla mia spalla o sul petto prima di addormentarmi. Ne allineo un po’ accanto al letto, sono quelli “da leggere”: una pila che tende costantemente ad aumentare. Già perché se entro in una libreria, la mia terra di perdizione, quattro volte su cinque esco con una busta di libri. Non posso farne a meno. Compro, compro e compro sulla base di consigli di amici, suggestioni passate o compulsione del momento. E poi allineo sulla mensola. Compro, allineo. Compro, allineo. Sono uno di quelli che prima o poi cambia casa per far spazio ai libri.

Scelgo le letture sulla base dell’estro del momento oppure del periodo che sto vivendo. Il momento magico però non è solo quello della lettura. Quella è la vita reale. C’è però anche un periodo che precede la lettura, che dura dal primo momento in cui si è vista la copertina e si è stabilito il primo contatto col libro all’apertura della prima pagina. E’ l’attesa, che io tento di prolungare grazie alla fedele mensola (finché crollerà). Il periodo in cui si immagina che libro sarà, se ci catturerà trascinandoci nel gorgo dei sogni, della fantasia, delle emozioni o dei ricordi come accade coi libri migliori, oppure no. Se sarà facile o impegnativo, lento o scorrevole. Se si farà bere allegramente come succo d’arancia o se piuttosto pretenderà l’approccio pensoso di un cognac secolare. Ti immagini i luoghi migliori per leggerlo e goderlo al massimo. Interromperai a metà? Arriverai alla fine? Ti annoierà all’inizio per poi avvincerti dopo le prime cento pagine? Susciterà aspettative sul finale? Le attenderà? Le deluderà? Quale sarà il prossimo che leggerò? Perché?