lunedì 28 gennaio 2013

Il Syrah come strumento

Il mio diciannovesimo articolo per la nuova Bibenda7, che si aggiunge a quelli già scritti per la "versione ante restyling" del magazine on line di Bibenda. I vecchi articoli purtroppo non sono più consultabili on line, ma alcuni di essi potete leggerli su questo blog.


domenica 30 dicembre 2012

L'anno vecchio è finito, ormai (ma qualcosa ancora qui non va)


Caro Lucio ti scrivo così mi distraggo un po'

e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.


la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando

La televisione dice sempre un sacco di stronzate ma, a differenza di quando hai scritto la canzone (1979), ben pochi ci credono ancora. Forse perché ai tuoi tempi non c'era ancora stata la Fininvest.


sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno.

Non so a quali uccelli ti riferissi, ma oggi sono più quelli che se ne vanno che quelli che tornano. Lo dice anche Caparezza.


Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.

La luce c'è, ma si paga assai più che allora. Quanto ai sordi, continuano a parlare senza ascoltare e i muti oggi come ieri non hanno voce. Non è cambiato molto, mi spiace dirtelo.


E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,

Erano belle le speranze degli anni settanta, vero? Oggi l'amore non è per niente libero, anzi è incanalato nei rigidi binari di un conformismo a sfondo clericale, basato fondamentalmente sulla repressione della sessualità. Nonostante - o forse per mezzo di - l'inflazione mediatica della simbologia sessuale. Quanto ai preti, continuano a non sposarsi ma fanno tutto il resto.


e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Qualche cretino sarà pure sparito, ma a me pare che ad andarsene siano sempre i migliori. I furbi prevalgono, vorrebbero in alcuni casi tornare perfino in parlamento. Non ci credi, vero?


vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

Oggi come allora, nonostante tutto, ridere e sperare è tutto ciò che possiamo fare.


L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità

Anch'io mi sto preparando. Ciao Lucio. A presto.

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(post liberamente ispirato a "L'anno che verrà, Lucio Dalla, 1979)

martedì 25 settembre 2012

Impressioni di settembre: Boston



Boston una volta era molto diversa da oggi. Un nodo autostradale in pieno centro spaccava la continuità urbana e a ridosso di questo, ed anche più a sud, esistevano ampie aree degradate. Condivideva insomma la stessa natura di molte città degli States in cui ricchezza e povertà, splendore e decadimento coesistono nello spazio di pochi metri. Poi ha cominciato a decollare e lo ha fatto grazie ad un’intensa opera di risanamento la cui paternità è stata condivisa tra Stato (Massachusetts) e comune.
Il “Big Dig”, nei quindici anni a cavallo della crisi delle torri gemelle, ha interrato l’intero groviglio viario fra North End e il resto della città sostituendolo con giardini e fontane. Contemporaneamente, un’illuminata politica cittadina ha cercato di restituire a ciascun quartiere la sua identità peculiare in opposizione al cosiddetto urban sprawl che, in quasi tutte le città occidentali, ha segnato negli ultimi vent’anni una forte espansione dell’urbanizzazione verso le periferie, con quartieri residenziali tanto ampi quanto privi di anima o almeno di un proprio carattere distintivo. Limitatamente al comune di Boston, questa azione ha cercato di riaggregare la città puntando sulla dimensione del quartiere, un caso più unico che raro in America e in controtendenza rispetto all’Europa. Il sito internet del comune esprime tale suddivisione in quartieri: c’è una brochure che ne elenca la storia e una community di persone affiliate al comune che - presumo gratuitamente - si mettono a disposizione per dare consigli sulla propria zona. Si tratta di un modello urbanistico prettamente europeo che Boston, la più europea delle città americane, ha perfettamente ereditato e che l’Europa sembra aver smarrito frastornata da giganteschi megacinema, megastore, megaparcheggi che segnano lo scenario di periferie ipertrofiche. Intere aree nate dal nulla e anche per questo vuote di senso.
Gli interventi pubblici hanno fatto da volano a numerosi investimenti privati. Mai viste tante case in ristrutturazione in un quartiere aristocratico come Beacon Hill.
L’effetto collaterale di tutto ciò è stato un generalizzato aumento dei prezzi degli affitti e delle compravendite immobiliari. Come a dire: vivere in una città bella e funzionale non è gratis.

A proposito di funzionalità non vorrei soffermarmi troppo su particolari che sarebbero banali solo se non rappresentassero un confronto vergognoso per noi italiani. La connettività Wi-Fi gratuita copre gran parte della città un po’ per l’iniziativa privata - non c’è locale che ne sia sprovvisto - un po’ per quella pubblica in uffici, treni e parchi pubblici. I parcheggi sono costosi per chi viene da fuori, che oltretutto paga un pass per entrare in città con l’automobile, ma sono pressoché garantiti agli abitanti: in ogni quartiere la maggior parte degli spazi-macchina sono preclusi ai non residenti. Del resto l’automobile in città è tutt’altro che obbligatoria (a meno di casi familiari particolari: anziani, invalidi, bambini) in quanto le dimensioni urbane, unite ad una rete di trasporto adeguata, permettono di muoversi agevolmente a piedi. In compenso l’efficienza dei mezzi è impressionante. Non solo puntualità e frequenza. Ascensori e scale mobili in ogni stazione - mai assistito ad un caso di malfunzionamento in venti giorni di uso intensivo della rete - pavimento lucido e perfino ventilatori per i passeggeri in attesa sulla banchina. Biciclette in ogni angolo, un buon numero delle quali di proprietà del comune e affittabili a cinque dollari per mezz’ora. Ma il particolare che mi ha davvero smarrito è stato vedere un dipendente comunale, in divisa, lucidare (sottolineo: lucidare) un secchio della spazzatura lungo un marciapiede. Ero allibito. Mi è stato spiegato che lo fa per un motivo preciso: la superficie dei cassonetti della città è provvista di cellule fotovoltaiche che azionano un motore che fa il compostaggio dei rifiuti. Se il coperchio è sporco, le fotocellule non si caricano completamente. Ovvio.

So bene cosa accade ai miei connazionali quando si confrontano con altre realtà. Non sai se essere più invidioso per gli abitanti locali che, pur pagando meno tasse di te, hanno la possibilità di vivere in una città che funziona meglio della tua oppure incazzarti col tuo Paese, la tua regione e il tuo comune e perfino con chi ha voluto fare dell'Italia uno stato unitario, palesemente incapace di autogovernarsi, anziché lasciarla ad un più fisiologico stato di divisione subalterna.

Non è che voglio per forza parlar male del mio paese non appena varco i confini. Non voglio apparire ingrato come un figlio che sottovaluta ciò che la mamma, naturale o putativa, anagrafica o professionale, gli regala senza chiedere in cambio nulla più che uno sguardo benevolente.
Neppure sono un turista di primo pelo che si impressiona per il solo fatto di mangiare un hamburger fatto bene in luogo delle imitazioni che si trovano da noi. Qualche posto l’ho visitato in vita mia. Boston è davvero una città deliziosa e non solo una città ben organizzata. Racchiude in sé aspetti positivi dell’Europa e degli Stati Uniti. Questo non significa che sia l’Eden.  Per esempio, agli occhi di un romano, non sfugge l’assenza di monumenti di impatto mondiale che reggano il confronto col Colosseo o San Pietro. Tuttavia i monumenti, pur importanti, non hanno un impatto risolutivo sulla qualità della vita. Insomma sia chiaro: so bene che l’Italia non è solo decadenza e malfunzionamento. Ha anche alcune bellezze indubitabili. Per esempio c’è la pizza margherita. E poi un bel clima (...).

Anche se giovane da un’ottica europea, Boston, fondata nel 1630, è la più antica fra le metropoli americane. La città si confronta continuamente con il passato, con orgoglio ma senza restarne intrappolata. L’intera area del seaport district, la più vecchia della città e teatro di sbarchi e anche di scontri armati, invece di ripiegarsi in un immobilismo museale stantìo, si sta ripensando completamente. Uno dei primi tasselli è stato il mastodontico Institute of Contemporary Art (ICE), poi l’istituto di design e altri edifici in costruzione. Non per questo il molo dei pescatori è stato demolito.

Boston è anche e soprattutto una città accademica. Il rapporto Università/popolazione è impressionante e istituzioni come Harvard, MIT e Boston University richiamano studenti da tutto il mondo nelle proprie sedi monumentali. Indubbiamente la forte vocazione accademica si riflette sulla società, che è quanto mai giovane e internazionale. Giovani attivi e benestanti. Avrei voluto chiedere ad ognuno di essi quanto del proprio reddito fosse riferibile ad aiuti familiari (finanziari e di altro tipo) e quanto derivasse da un percorso di vita personale in un ambiente favorevole all’investimento di ciascun individuo sul proprio futuro.

Non so definire esattamente la causalità fra cultura media degli abitanti e buona educazione, ma sospetto che sia piuttosto stringente. In tutto il periodo di permanenza, non credo mi sia mai accaduto di salire qualche gradino con il passeggino senza che qualcuno si offrisse di aiutarmi. Come minimo di aprirmi la porta, ma spesso di sollevare il passeggino stesso. Se capitava di sedere lontano dai miei, in metropolitana o in qualsiasi altra sala di attesa, subito c’era chi si alzava, a volte anche tre persone contemporaneamente, per farci sedere vicini. La prima volta rimasi fermo al mio posto osservando questi “eccentrici” comportamenti con sguardo interrogativo e aspettando il terzo o quarto “you’re welcome” o “here you go” prima di muovermi e ringraziare. Salgo con il passeggino sulla scala mobile? Subito qualcuno si precipita ad avvertirmi che c’è un ascensore, una rampa, qualcosa insomma che mi renderà la vita più semplice. La percezione di sentirsi osservati non è esattamente ciò che intendo per libertà, ma devo ammettere che un simile slancio collettivo, quasi istintivo negli abitanti a giudicare dalla frequenza con cui si è manifestato, mi ha colpito profondamente. La cortesia come atto spontaneo, senza sovrastrutture (sociali o commerciali per esempio) ma piuttosto introiettata fino a divenire un riflesso condizionato. Dopo un po’ la cosa ti coinvolge e cominci anche tu a cedere il passo a chiunque, a ringraziare tutti e aprire le porte e sorridere a chi passa con un bambino al fianco. Poi torni in Italia e riprendi a guardare il prossimo in cagnesco (ma che vuole questo qui? Il mio posto in metropolitana, forse, oppure è un raccomandato o quanto meno sta pensando di rubarmi la pensione. Mors tua vita mea. E’ la filosofia tipica dei posti con poco spazio, poche possibilità, poca ricchezza non solo in senso finanziario, poca dinamica sociale, poca fiducia nel futuro, poco ricambio generazionale, poca immigrazione di qualità, ecc.). Ma poi torni a Boston. E poi torni in Italia. E poi a Boston. E poi in Italia. E poi....

venerdì 24 febbraio 2012

Nostalgia, ma di futuro



Non è vero che la storia dell'essere umano è un percorso continuo verso il miglioramento. Credo piuttosto che il progresso avvenga a strappi, che l'uomo proceda a tentoni alternando periodi di sviluppo ad altri di decadenza. E' difficile argomentare senza dilungarsi in approfondimenti sociologici ma, insomma, io molto umilmente una sensazione ce l'ho. Vorrei esser nato vent'anni prima.

E' un'opinione tutt'altro che desueta: Woody Allen ci ha fatto un film poco tempo fa (Midnight in Paris) e capita spesso di sentir dire che, banalmente, si stava meglio “una volta” alludendo ad un generico periodo del passato (di solito quello in cui l'autore dell'esclamazione – quasi sempre anziano – era un giovane nel pieno vigore delle sue passioni). Ma una volta quando? La mia non è una sommaria proiezione verso il passato. Parlo specificatamente degli anni sessanta e settanta.

So che molti che hanno vissuto quegli anni potrebbero elencarne numerosi contrasti. L'autoritarismo clerico-borghese verso i giovani degli anni sessanta, gli anni di piombo e le crisi petrolifere dei settanta, le tensioni tra occidente e blocco sovietico. Ne convengo. Problemi ce ne sono in ogni epoca ed ognuna contiene opportunità e conflitti. Sono anche consapevole che leggere il passato alla luce di un presente difficile (c'è “La Crisi”...) esponga al travisamento. Sono attento a tener presente che tra i giovani che hanno dato vita alle contestazioni ce n'erano alcuni che lo facevano per una sorta di caricaturale “conformismo rivoluzionario”. Insomma in parte era anche una moda, una tendenza e i più acuti non mancarono di osservarlo (Pasolini). Mi sia concesso quindi l'onore del rigore: sono determinato a considerare il passato con la massima neutralità di cui dispongo.
Tuttavia ci sono elementi inconfutabili. Il fermento di quegli anni ha prodotto  sommovimenti sociali, molti dei quali sono partiti dal basso. Le differenze tra ricchi  e poveri si sono ridotte, anche grazie ai risultati di politiche keynesiane e all'onda lunga del new deal americano. La contrapposizione a questo scenario macroeconomico furono il monetarismo e la dottrina di Friedman. Essi avrebbero invertito la tendenza e trovato espressione politica a partire dagli anni ottanta; gli effetti conclusivi di quella reazione li stiamo vivendo oggi. C'è quindi ragione di guardare al passato per ritrovare in esso la maggiore realizzazione di  istanze come l'uguaglianza, la diffusione del benessere, l'espansione dei diritti. Paul Krugman (premio nobel per l'Economia nel 2008) è tra i maggiori sostenitori di questo punto di vista e ultimamente anche in Europa molti hanno capito che c'è del vero in tutto ciò.

Non ne faccio solo un caso di corsi economici, pur nell'importanza che essi rivestono nella storia dell'uomo. Quello che avrei voluto vivere è il senso che un giovane di quarant'anni fa aveva del futuro. L'ottimismo, il sogno. Se di nostalgia possiamo parlare, visto che tale sentimento è spesso proteso verso l'assenza, la mia è nostalgia del futuro. O meglio, di una certa idea di futuro. L'ascoltiamo nella musica di quegli anni, tuttora ineguagliata e imprescindibile punto di partenza per ogni autore. Il blues, il rock, molti generi musicali hanno espresso vette insuperate. Nessuna generazione ha ascoltato con convinzione la musica dei propri padri come accade a quella attuale. Genesis, Pink Floyd, Doors, Jimi Hendrix (la lista potrebbe essere enorme) continuano a segnare nei cuori degli adolescenti solchi profondi come quelli che dai vinili, tornati oggi in voga, diffondono nell'aria le note di Ticket to ride (Beatles). Il “biglietto per partire” dei baronetti di Liverpool mi appare come un clamoroso manifesto di quell'atmosfera. Tenetevi pronti, sembra voler dire, perché il cambiamento è alle porte e potreste essere proprio voi a determinarlo. Voi con le vostre idee, con la vostra energia, con la vostra gioventù ed il vostro bisogno di divertirvi, di essere ascoltati, di amare. Si spogliarono, non solo metaforicamente, le donne prima e gli uomini poi per abbandonare retaggi di un passato che sembrava lontano anni luce. 
E’ pur vero che l’epoca presente è avara di fantasia, di un’idea di futuro pertanto divora le proprie radici, cioè gli anni sessanta e settanta, eleggendole a feticcio e deformandole. Si auto cannibalizza. Non è il sentimentalismo che mi spinge a guardare al passato, io avrei anzi una naturale propensione per il futuro, bensì il bisogno di concentrarmi su un nucleo positivo, quale mi sembra l’essenza di quel periodo a fronte della negatività odierna.

Provo a far miei quei sentimenti, oggi, e spronare sulle note di Bob Dylan chi si piange addosso. Ma ho quasi quarant'anni e come me i miei coetanei “tengono famiglia”. Come potrebbero (potremmo) esprimere la forza dirompente del cambiamento? Stiamo passando dall'esser rivoluzionari (mancati) ad essere conservatori (disperati). La mia è una generazione di passaggio, il cui contributo è forse solo la (tentata) gestione della complessità degli stimoli, della  frammentazione, della società di individui isolati di cui facciamo parte. Senza prospettiva, però. Nessuno slancio vitalistico verso il futuro né tanto meno una propensione corale. Nella migliore delle ipotesi, la missione della nostra generazione è preparare la prossima ad essere pulsione di cambiamento. Nei giorni migliori mi sforzo di convincere i miei amici che il dolore va collettivizzato, invece l'isolamento ci indebolisce. Che l'ambiente va protetto, il consumismo ridimensionato, che il cambiamento, se lo si vuole, va preteso. Siamo lì a lamentarci davanti alla televisione e all'ennesimo reportage in cui uno dei pochi giornalisti che non ha perduto la voce ci descrive la realtà. In che misura saremmo disposti a mettere in discussione quel (poco) che abbiamo per fare la “rivoluzione”? Già, perché per cambiare occorre essere disposti a perdere qualcosa. Ma poi spegniamo la tivvù e andiamo a letto: domani è un altro giorno da consumare in un lavoro che ci sta stretto ma ci garantisce l'acquisto del telefonino che scarica le e-mail.

A volte incontro persone che condividono i miei pensieri. Sono i miei amici e sono coloro con cui più spesso amo condividere il vino della mia cantina. Mi pare di poter vedere, come in una soggettiva hitchcockiana, una cena tra di noi. Sorridiamo un po' mesti, all'ironia cinica di qualcuno che ha appena fatto una battuta. Alziamo i calici e il vino ci conforta mentre fuori dalle finestre, fra le strade spazzate dal vento nuovo, la storia ci sta già giudicando.


QUESTO ARTICOLO E' STATO EDITATO E PUBBLICATO DA PORTHOS A QUESTO INDIRIZZO.

lunedì 9 gennaio 2012

Caro Tony



Caro Tony,
mi faccio vivo dopo tanto tempo e ti chiedo scusa: qui in Italia c'è sempre tanto da fare ed io sono immerso completamente nella mia esperienza. L'incredibile quantità di bellezze artistiche di cui straborda questo paese è pari al livello di inconsapevolezza che ha la popolazione di tale patrimonio. E poi il sole, la luce! Pensa che oggi, un giorno di gennaio, ho preso il sole in riva al mare in camicia.

Ciò che mi ha irrimediabilmente rapito è la stravaganza degli italiani. Contando sull'indifferenza verso i turisti, si può calpestare il verde pubblico o fare il bagno in una fontana senza che nessuno dei cittadini opponga la minima obiezione! Con un po' di fortuna, se non si incontrano poliziotti, si potrebbe perfino portar via qualche pezzo di una statua o di un antico muro imperiale. Numerosi turisti bivaccano nelle piazze lasciando un'assurda sporcizia. Te lo immagini da noi? Gli italiani sono molto tolleranti e tutto ciò dà ad uno straniero come me l'incredibile illusione della libertà totale.

Tuttavia ci sono alcuni argomenti che turbano la suscettibilità e vanno affrontati molto seriamente.

Uno di questi è il calcio. Se ti dichiari completamente incompetente (come me che seguo solo il baseball) non vieni considerato – ma sarai osservato, dal maschio italiano, con un obliquo sospetto – e puoi contare sulla tranquillità di cui godono gli stolti, che è molto simile all'indifferenza. In caso contrario ti è richiesta competenza su regole, storia del campionato, calciomercato. Ma soprattutto dovrai schierarti. Nulla è sgradito come un non-tifoso. Il calcio è il vero collante dell'identità collettiva e, a quanto mi raccontano, anche della coesione nazionale che durante i mondiali di calcio ritrova la propria ragione d'essere.

Un altro argomento serissimo e identitario è la pastasciutta. Credo che non esista un italiano che non ne mangi! La cosa incredibile è l'intransigenza che accompagna la consumazione di questo piatto: ieri al ristorante ho sentito molti occhi addosso mentre tagliavo gli spaghetti col coltello per poi mangiarli col cucchiaio. Qualcuno ha riso apertamente di me! Ma che male c'è, voglio dire? Non stavo mangiando con le mani, no? Non si può pensare che tutti imparino da bambini ad avvolgere gli spaghetti! E d'altronde non si può impedire a chi non sa mangiarli di godere del loro sapore. Ma il massimo l'ho raggiunto una settimana fa. Ero a casa di amici italiani e quando ho chiesto di scolare la mia pasta alcuni minuti dopo gli altri (in Italia la pasta si mangia cruda!) sono stato quasi aggredito. “E' questione di cultura”, mi è stato detto. Dicono che se non amo la pasta dovrei mangiare altro. Gli stessi commenti hanno accompagnato l'aggiunta di pecorino ai macaroni con le vongole o il pane con gli gnocchi. Ma io dico: perché non posso mangiare la pasta con leggerezza, senza inutili complicazioni? L'importante è stare insieme in allegria! Quasi tutti gli italiani potrebbero – anzi, lo fanno in realtà – disquisire per ore sul tipo di pasta più adatto al ragù o ai funghi (rigatoni o spaghetti? Prova a indovinare, vincerai un premio), sulla vera ricetta dell'amatriciana (la pancetta, a quanto pare, è bandita: ci vuole il guanciale). Ho assistito personalmente ad un dibattito fra puristi del pesto alla genovese: i fautori del parmigiano sono incalzati dall'ala progressista che prevede un 50% di pecorino sardo nella ricetta.

Io che vorrei solo un piatto di pasta senza farmi troppi problemi sono trattato con sufficienza. Che fine fa allora il buon cuore, la semplicità di tavole dalle tovaglie a quadri, la schiettezza degli stornelli? In quei momenti mi sento inferiore e mi vien fatto pesare il divario culturale fra un americano, che mangia bistecche piene di OGM e patatine fritte, ed un popolo che ha insegnato al mondo l'arte del mangiare e pretende ora di sostituire la basilare sussistenza con complesse elucubrazioni, la nutrizione con la preparazione di costosi manicaretti.

A questa deriva bisogna dire no! 

Per tutti coloro che si spaccano la schiena per guadagnare il pane, per chi è morto per la patria cantando fieramente alla bandiera l'importanza di essere fratelli, ed esserlo senza distinzioni velleitarie tra parmigiano reggiano e grana padano, gli italiani dovrebbero cercare la verità e opporsi all'iniquità dell'analisi sensoriale della pastasciutta.

So che sorriderai ad immaginarmi impegnato in simili questioni, ma in Italia ho capito come mai prima l'importanza di ritrovare il contatto coi valori autentici. Se rifletterai sono certo che condividerai l'urgenza delle mie battaglie.

Spero di riuscire a scriverti presto, affrontando il penoso tema della pasta all'uovo.

Tuo,
John Mc House

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Lettera trasmessa per gentile concessione di Bocuse SpA, tradotta da Pellegrino Artusi.

sabato 31 dicembre 2011

Educatore & Refrattario


Stare a tavola con amici e parenti non è mai così frequente come nel periodo delle feste. Durante le maratone caloriche che in quei giorni vengono allestite con zelo quasi sadico da massaie improvvisate e forzati del revanscismo usi a brandire la Tradizione come un'arma, mi isolo sempre più ad osservare i comportamenti altrui. Bevono vini imbarazzanti in bicchieri di fortuna, dalle bizzarre forme ai materiali più impensati. Calici e tazze di plastica, vetro smerigliato, cioccolata. Non gustano, trangugiano. Non ascoltano nulla, credono che il vino sia un liquido di vago colore rosso o bianco che dà alla testa quando se ne beve troppo. Insomma, qualcosa di vagamente minaccioso (e giù a dare dell'alcolizzato – così, per scherzo – a chi si versa un goccio con un entusiasmo appena al di sopra della media). “Per l'amor di Dio, non bere che devi guidare!” Tra cinque ore, ma che importa? Non bere.

Di fronte a questi modi mi sono scoperto ad assumere alternativamente due comportamenti opposti, l'Educatore e il Refrattario. In entrambi finisco per sentirmi inadeguato: il vino andrebbe condiviso e basta. Ma accorgermi che per molti ha la stessa dignità della saponetta del bidet mi trasforma automaticamente in un evangelista. Si dedica così tanta attenzione al cibo! Ci si scambiano ricette, esperienze, opinioni. Vino, birra, distillati invece vengono scaricati in poche occhiate e confinati ad essere oggetto dell'attenzione di "esperti". Mi sembra di poter sentire i commenti tutti uguali di cento, mille tavole imbandite all'ombra dell'albero di Natale:
mmmhhh.... non male questo vino. Cos'è?
“Boh? Non lo so. L'ha portato Valerio
(prende la bottiglia e legge l'etichetta) - “Ah, Nero d'Avola. Dicevo che era buono”.

Quanto Nero d'Avola e Chianti e Valpolicella ho visto e assaggiato su quei tavoli. Acquistati per tre euro e mezzo al supermercato oppure appartenenti a qualche cesto natalizio i vini insipidi non farebbero drizzare un pelo neppure a chi li ha prodotti.

L'Educatore è il professorino della serata. Attira su di sé stima e sarcasmo in proporzioni uguali mentre tenta di spiegare i rudimenti della degustazione, il fatto che il vino va annusato – si, avete capito bene: annusato! Mettete dentro il bicchiere quella protuberanza avente doppia foratura che vi ritrovate in mezzo al cranio, esiste proprio per quello! - ed apprezzato usando i sensi. Quando l'Educatore si lancia a citare alcuni degli aromi che gli sembra di percepire all'olfatto, gli astanti spalancano gli occhioni. Mi squadrano come fossi uno sciamano che estrae per divinazione gli elementi dal bicchiere (ciliegia! Pesca gialla! Pietra focaia! La sala ulula: ooooohhh...). Molti allentano risatine scettiche, pensano che stia inventando tutto, che sia impossibile trovare simili richiami in un bicchiere (e lo è certamente, nei vini cui sono abituati). Che la sceneggiata miri a far colpo sulle signore e guadagnar la stima degli esemplari maschi. Alcuni pensano tra sé “ecco il solito fissato” (ce n'è uno ad ogni cena e non esita a manifestare i propri pavoneggiamenti). Io invece oscillo tra l'orgoglio di suscitare almeno in qualcuno il dubbio che occorra maggiore attenzione all'approccio e più rispetto per i prodotti e la tentazione di mandare tutti al diavolo: che continuino a crogiolarsi nelle proprie abitudini sconciamente asensoriali.

E' allora che si affaccia sulla scena il Refrattario. Stanco di trascinare le redini dell'ignoranza del genere umano, il sacro Intellettuale del palato depone le armi e sale sull'Aventino della sensorialità. Mi chiedono di “pensare al vino” per la cena a casa di Giorgia in cui “tutti portano qualcosa”? Potrei far assaggiare quell'ottimo Chianti scoperto di recente, oppure un sublime Valpolicella di cui tengo sempre in cantina qualche bottiglia, o il Nero d'Avola più sorprendente e affascinante. Ma a che scopo? Verrebbero umiliati in bicchieri di carta e bevuti in abbinamento col panettone. Nessuno tenterebbe di scoprire quale produttore ha operato una maturazione così lunga e coraggiosa e un dibattito sul contributo del calcare al gusto del vino farebbe meno proseliti di una lezione di geometria e algebra sulla tivvù notturna. Vi porto un bianco profumato di vaniglia e voilà. Quanto a me quella sera berrò chinotto.
Quando invece sono io ad ospitare gli altri e qualcuno porta uno spumante industriale non richiesto, il Refrattario si preoccuperà di spacciare copiose dosi del suddetto al mittente, il quale ne verrà saturato e declinerà i successivi assaggi da bottiglie di qualità. Ami lo “spumantino” e il “prosecchino”? Tieni, allora. Beviteli. Un altro goccino?

So che raccontando queste esperienze corro il rischio di apparire elitario. Vanitoso. Intransigente. Ma qui si parla di amore! Insomma, chi assisterebbe senza opporsi all'indifferenza generalizzata verso qualcosa che ama? Provate ad ascoltare una sonata di Bach in presenza di un amante del pianoforte e, durante l'esecuzione, alzate il volume della televisione che trasmette un quiz a premi. Andate al cinema e piazzatevi davanti a quell'occhialuto un po' fissato. Nel bel mezzo della scena madre dell'attesissimo film di Lars Von Trier alzatevi in piedi e applaudite sguaiatamente. In pieno monologo dell'Otello accendete, al centro del teatro gremito, una radio che trasmette il derby. Illuminate male un quadro ad una mostra, date ad un cantante un microfono gracchiante, ad uno scrittore una penna spuntata. Perché per il vino dovrebbe essere diverso?

La disattenzione verso la degustazione suscita maggior disagio ed appare ancora più colpevole in Italia. Siamo un popolo che trae non solo la propria storia ma l'identità di sé dalla cultura e la tradizione eno-gastronomica. Ignorare il vino, gli italiani, proprio non possono permetterselo.

Quest'amnesia deve far parte di uno smarrimento collettivo, pensano l'Educatore e il Refrattario accostandosi al bicchiere e ricordando uomini del passato come Veronelli e Soldati che vissero il gusto come un'arte di cui vivere e raccontare.

La nostra generazione può fare ancora molto.

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A scanso di equivoci preciso che il tono dell'articolo è volutamente grottesco e ironico (ed auto ironico), che non sono solito trattare male i miei ospiti - come sa chiunque abbia frequentato casa mia - che non conta quanto si spenda per un vino ma il livello di consapevolezza con cui lo si fa e che ogni riferimento a cose, fatti o persone è puramente casuale.
L'intento che anima il testo, lungi dal voler offendere, è quello di rivendicare, per il vino, lo stesso rispetto che viene riconosciuto ad altri ambiti dell'arte umana e ad altre passioni.

mercoledì 19 ottobre 2011

A Nurri c'è un vignaiolo sulla terra


Per arrivare a Nurri, bisogna fare parecchi quarti d’ora di curve. Ad una prima occhiata sembra che non ci sia nulla, che sia vicino a questo segregato paesino della Sardegna. A parte un complesso nuragico, costruzioni dell’uomo primordiale, che si trova a Barumini, pochi minuti di strade disperse nella campagna. Quella campagna sarda che d’estate incendia i suoi colori giallo intenso e nero, ma che in una giornata ventosa sa rapire il tuo cuore e portarlo lontano. Tenerlo in ostaggio per tutta la vita in qualche “hotel Supramonte” nascosto in un anfratto della tua coscienza. A Nurri, per dire, il mio cellulare non funziona. Se si arriva a metà di una giornata estiva il senso di isolamento spazio temporale è ai massimi livelli. Nessuno per le strade. Nessun rumore. Sembra un villaggio fantasma. Ma dove sono tutti? A casa, forse. Ma possibile che dall’interno di queste case non giunga alcun suono, alcuna testimonianza di  attività vitale?

Ma non è vero che non c’è nulla qui. E’ che bisogna cercare. Occorre saper guardare.

Gianfranco Manca è figlio di questa realtà ma chiunque potrebbe scommettere qualsiasi cosa sul contrario. A cominciare dall’aspetto e poi dai modi, egli non ha alcuna connessione con ciò che si immagina dell’abitante di un posto del genere. Non esita a dichiararlo fin dalle prime battute: “io mi sento in forte contrasto con questo luogo. E da questo contrasto nasce la mia opera”.

Ama il teatro, Gianfranco, e lo insegna ai bambini delle elementari oltre che, presumibilmente, trasferirne la sensibilità ai suoi tre figli. E’ un uomo di quarantacinque anni e a prima vista sembra avere la saggezza di un anziano. Ma se ci parli un po’ rivela immediatamente l’energia e l’intransigenza di un giovane. La chiave del suo approccio al mondo sembra essere la necessità di prendere a spallate i luoghi comuni. Un Carmelo Bene prestato alla Vigna e a questa piccola parte di mondo. Non ama chi scrive di vino perché ormai “tutti scrivono di vino”. Non ama la definizione “vino del territorio” perché a suo dire non significa nulla. Il vino è dell’uomo. Fatto per il convivio, per la gioia della tavola e dello stare insieme, per la condivisione. Che senso ha metterlo sul tavolo clinico per scandirne le caratteristiche, come fosse una bestia da laboratorio? Molto meglio metterlo al centro di un tavolo di legno e chiacchierare con un bicchiere come compagno e un tagliere di formaggi e pancetta come soci in affari. Certo: accanto ad una pagnotta prodotta in casa. Nella sua inquietudine un po’ talebana mi ricorda Nanni Moretti quando attacca il critico cinematografico apparendogli in sogno e in quel modo attacca tutti i critici, tutti i “venditori di parole”. Paro qualche colpo, ma fondamentalmente mi trovo d’accordo con lui in molte cose. Solo non approvo l’assolutismo. Buttare dalla torre tutto, generalizzando per categorie, non mi è mai sembrata una soluzione.

Parliamo d’economia, delle aberrazioni del consumismo ma anche della società sarda e del mondo del vino, di colleghi con cui spesso si trova in disaccordo (ostinatamente non vuole fare nomi: mi rendo conto che un giorno non mi sarà sufficiente per conquistare la sua fiducia). Poi partiamo per la visita delle sue “proprieta” a bordo della sua Renault Kangoo. Immagino centinaia di metri di vigneti e invece sono solo cinque gli ettari di proprietà. Il motivo del tour in macchina è il frazionamento dei vigneti fra i quali si snodano le infinite curve delle strade sarde. Li guarda come fossero suoi figli. “Quello è rivolto a nord”, “quello era di mia madre”, “laggiù sto sperimentando alcune varietà tradizionali semi-sconosciute”, ogni metro quadrato ha un motivo per essere amato.

Da quest’anno c’è anche un vigneto in affitto. E’ un ettaro che pare essere un manifesto anarchico della diversità. C’è Barbera, Ciliegiolo, Montepulciano d’Abruzzo, Vernaccia, Vermentino per restare ai filari da me passati in rassegna. E poi le piante sono tenute in un incredibile stato di vegetazione spontanea. “Sto studiando, sto cercando di capire cosa vogliono le piante” - dice Gianfranco – “se il padrone del terreno vedesse i filari in questo stato di disordine impazzirebbe”. Ma Gianfranco crede nella teoria del caos e sostiene che da quelle vigne verrà fuori del buono. Che la natura sa cosa fare e l’uomo deve cercare di crearle il minimo intralcio possibile. Forse anche per questo si definisce “un vignaiolo sulla terra”. Per dare il senso dell’Uomo, piccolo ma grande, che si confronta con gli elementi dell’universo.

Al momento di assaggiare i vini è l’imbrunire e il mio interlocutore propone di cenare insieme. Con sorpresa e con piacere accetto. Capita a volte di assaggiare “i vini della linea aziendale”. Con Gianfranco è diverso. Assaggiamo “quello che ho”. Il bianco è un uvaggio di sette varietà fra cui la malvasia e il colore aranciato ci riporta al modello friulano dei bianchi lungamente macerati. In bocca è pulito. Ricco di polpa, di corpo e di alcol, lunghissimo.

La prima etichetta di Cannonau, il 2006, è stata realizzata con l’intento di dimostrare che anche un vino “biodinamico” può essere corretto dal punto di vista organolettico (ecco la giovinezza di Gianfranco: questa testarda ansia di “dimostrare”, di discutere se stesso e gli altri, di scardinare le convenzioni). Direi che la scommessa è riuscita: tutto è al posto giusto. Equilibrio, colore, un tannino fin troppo appuntito. Un vino buono, giusto, dall’anima contadina. Non posso esprimere alcuna critica a questo vino, ammetto che però non suscita le emozioni vivide dei successivi.

Il Mariposa (nome che allude alla teoria del caos e al famoso “effetto farfalla” - Mariposa è il nome spagnolo della farfalla - che esprime l'idea che anche un evento in apparenza piccolo come il battito d’ali di una farfalla possa produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema) è un vino con cui Gianfranco ha voluto dimostrare a sé e al mondo che si può vinificare un Cannonau diverso. In opposizione alla presunta natura dell’uomo sardo (di cui il Cannonau tradizionale sarebbe espressione), ruvido e scuro, e in aperta polemica con la cultura machista Gianfranco voleva fare un vino gentile e femminile, con toni floreali più che terziari (cuoio, legno, ecc.). Basta con la faida, coi fucili e coi banditi. Avanti col teatro, l’arte e la sensibilità. Quel vino parla di tutto questo ed è un raro piacere cogliere nel sorso un concetto così profondo. Un punto di vista esistenziale. E’ un vino a suo modo estremo, con un alcol sorprendentemente contenuto e una ricerca della sfumatura quasi maniacale.

I due vini successivi, ancora Cannnonau in purezza, ci raccontano due interpretazioni diverse di un’annata difficile (grandine a maggio e a luglio!) in cui Gianfranco ha vinificato separatamente alcune quote riportando nell’etichetta di ciascuna bottiglia (che tipo strambo, no?) la posizione che esse avevano in cantina: “in fondo vicino al muro”, “entrando a sinistra”, ecc. Etichette volontariamente provocatorie, una chiara ricerca di astrazione dalle convenzioni. All’assaggio sono addirittura destabilizzanti. Ho più di qualche esperienza con il Cannonau (mio nonno materno era sardo) ma posso giurare che in degustazione celata non collocherei mai e poi mai questo vino in Sardegna. Lo attribuirei semmai alla Borgogna (terra a cui Gianfranco si ispira: “dove il mestiere di vignaiolo ha ancora una dignità”) di cui ha il colore e il fascino del bouquet. In bocca invece ha meno eleganza di un Pinot Noir ma non per questo risulta banale. E’ fragoroso come il nitrito di un cavallo giovane, in lampante ricerca di un percorso verso il quale orientarsi per cominciare il suo galoppo. E’ questa l’idea che mi dà tutto il lavoro di Gianfranco: un’opera che ancora non ha trovato la sua strada, che cerca a suon di prove e sbagli e lampi di indiscutibile genialità. Ne sentiremo parlare, di “Panevino”. A proposito: tra i due Cannonau del 2009 il mio preferito è quello “in fondo vicino al muro” (più spigoloso e acido ma anche, anzi proprio per questo, più affascinante). Dubito che il lettore potrà assaggiarne: ne restano solo sei bottiglie...

Gianfranco non conserva le etichette, vende ciò che ha e non ho potuto acquistare alcuna bottiglia da portare a casa per sorprendere gli amici (“assaggia e dimmi da dove viene questo vino...”). Per la prima volta nella mia vita ho salutato un vignaiolo senza introdurre alcuna bottiglia nel bagagliaio della mia auto. Ma il cuore, quello era pieno di suggestioni.

La Sardegna ancora una volta ha saputo stupirmi, insegnarmi, emozionarmi. Ora i fari dell’auto fendono il buio. Ancora curve, prima di tornare a casa. Sopra di me un memorabile tappeto di stelle.



giovedì 22 settembre 2011

Non verrà come tu vuoi, né quando


La pioggia non verrà come tu vuoi 
né quando,
e non esiste tempo 
che possa ricalcarsi come stampo. 

Se acqua ci sarà 
non potrai mai saperlo. 
Sarà già molto se ti fai trovare 
pronto, per dissodare il campo. 

Così come s’incide 
su pelle e mani di chi va per mare, 
troverà vento e vita
solo la vela che saprai spiegare. 

Non ti sia dato mai ciò che ti aspetti, 
e che ti sembra giusto 
in tale forma e luogo e tempo, 
e avrai dell’esistenza qualche gusto.

lunedì 8 agosto 2011

Roma in agosto



Una città bella da schiantare l’anima non sopravvive a lungo sotto il traffico. Non resiste alla pressione dell’ignoranza, all’assedio della prepotenza. Alla sporcizia, al rumore, al quotidiano ed instancabile ritmo delle automobili. Parcheggiate ovunque. Le persone ostaggio del caos finiscono per rintanarsi come topi, in percorsi sotterranei, in tane con finestre chiuse e porte blindate. Quante volte si vorrebbe raggiungere un punto della città ma si desiste dall’obiettivo solo perché il traffico lo impedisce? Non te ne accorgi perché si fa l’abitudine a tutto, ma non riesci a vivere la città come vorresti.

Che fine ha fatto Roma?

In agosto, invece, la città si spoglia. Oppure si veste, a seconda dei punti di vista. E l’abito che indossa è pieno del fascino di un lungo respiro dopo l’apnea. Per strada riesci a percepire suoni che ti sono negati il resto dell’anno. Campane - suonano anche negli altri mesi, ne sono certo - scandiscono le ore e fanno da sfondo a voci che si chiamano o si meravigliano. Uccelli sugli alberi del lungotevere sembrano invitare ad affacciarsi sul fiume. Senti odori non più coperti dallo smog ed è la cucina di qualche primo piano oppure la legna dei forni delle pizzerie che richiamano la tua attenzione al pari del dopobarba o il deodorante di un passante. E gli uomini e le donne riprendono possesso del territorio. Li vedi camminare per strada prima timidamente poi con impeto liberatorio. Si guardano intorno stupiti, come farebbe l’ultimo uomo sulla terra camminando tra le macerie di un mondo che si è ormai autodistrutto.

Guardo i turisti e penso a quelli di loro che arrivano per la prima volta. Cosa penseranno di questo luogo? Crederanno che sia così in ogni periodo dell’anno? Che si possa attraversare via Merulana così, senza alcun rischio? Che si possa decidere su due piedi di cenare a Trastevere di sabato sera? Che si possa andare ad un cinema qualsiasi e parcheggiare davanti alla sala, a cinque minuti dall’inizio del film?

Certo, qualche volta ad agosto fa caldo. Ma è un caldo ch’è presagio o reminiscenza di vacanze imminenti o appena concluse. Che scopre le spalle abbronzate delle donne e spinge a cenare all’aperto.

E soprattutto a Roma in agosto c’è quell’atmosfera di incontri fortuiti, di rimpatriate, di cene con un amico o un’amica rimasti casualmente in città nello stesso periodo. Un’aria di sospensione che illude, che sembra prospettare possibilità inaspettate. E c’è gente che viene a trovare altra gente e si stabilisce per un po’ a casa. E c’è la fine delle storie d’amore da annegare in qualche bar e l’inizio di un rapporto da raccontare oppure da sognare. Quanti tavolini fanno da set a corteggiamenti più o meno conclamati. La città che si spoglia o si veste accoglie tutti fra le sue pieghe morbide e calde e sembra incoraggiare il romanticismo; lo stesso che, lungi dall’esserne indifferente, qualcuno evocava tempo fa, pregandola: “Roma, nun fa’ la stupida stasera... damme ‘na mano a faje dì de’ si”.

venerdì 6 maggio 2011

Viaggio nel posto in cui trovar se stesso



Si passa attraverso un bosco silenzioso, sprofondato nella nebbia, perso nel tempo e un paese sospeso nella Maremma, trapassati entrambi da una strada troppo stretta per due macchine, tortuosa come lo erano le strade di montagna percorse da qualche raro carro di tanti anni fa. Si arriva nel luogo dove “Armonia” è la parola chiave per fondersi con l’ambiente. L’azienda biodinamica partorita dalla mente visionaria di Daniele Mazzanti e condotta insieme a sua moglie Vilma. Lui animato dagli ideali beat degli anni settanta, lei mente razionale acuta e sempre presente. La quadratura del cerchio.

Settanta ettari da usare per mettersi in sintonia con se stessi. Lo si fa attraverso gli elementi che compongono l’universo. La terra che partorisce i prodotti per il sostentamento (ciclo chiuso: tutto ciò che serve si produce e si consuma all’interno dell’ecosistema) e impolvera la pelle, l’aria che fruscia tra gli arbusti del bosco di cerri, il fuoco ch’è nei muscoli di cavalli liberi montati senza sella ma anche fra i fornelli dell’abile cuoca sarda, l’acqua che dalla profondità del suolo la testardaggine ha saputo scovare (180m di perforazione, mica bazzecole) per uso agricolo e che oggi irrora splendide terme di pietra a basso impatto ambientale. A ciascuno l’elemento più affine.

Un posto in cui può capitare di trovare parti di sé smarrite fra i nodi della vita quotidiana. Perché l’armonia che è alla base del progetto in qualche modo passa, contagia, avviluppa le persone predisposte all’ascolto. E’ così che i venti dipendenti di Daniele e Vilma hanno deciso di aderire alla “visione”, lasciando in alcuni casi impieghi più remunerativi.

Anche la vite trova spazio in questo habitat: il vino ha tre espressioni. Un Vermentino schietto e di facile beva. Il Solatìo igt, maggioranza Sangiovese, che si fa apprezzare per la rusticità verace e per il carattere (straordinaria la versione “sfusa” che accompagna i pranzi più semplici) e poi il Rio de’ Messi igt, Cabernet Sauvignon 80% con saldo di Merlot, che conferma la vocazione di questa zona della Toscana al Cabernet Sauvignon. E’ infatti questo il vino largamente più elegante e significativo dell’azienda, nonostante la relativa gioventù della vigna (circa quattordici anni): il 2006 esprime un naso fruttato scuro come la prugna e il mirtillo ma anche tonalità più severe di sottobosco e una sfumatura di inchiostro. In bocca è suadente, rotondo senza ammiccare, puntellato dalla buona sapidità e un tannino che lascia immaginare un fulgido avvenire. Lo stesso che noi immaginiamo per Daniele, Vilma e i loro due figli se sceglieranno, come tutto lascia credere, la strada della tutela orgogliosa di questo posto unico.

Az. Agr. La Cerreta
Località Pian delle Vigne - 57020 - Sassetta (Li)

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